Nonostante l’attuale, progressivo laicismo, il fattore identitario religioso è sempre stato un elemento fondamentale e determinante nella formazione degli Stati moderni: basta guardare come si siano formati gli attuali Stati europei (con l’eccezione dell’Italia, appunto l’unico caso in cui il processo di unificazione si è svolto contro e non con la religione dominante).

Il discorso è valido sia per l’Europa del passato come per il mondo islamico del presente. Anzi, se in Occidente abbiamo assistito ad un progressivo allontanamento della politica dalla religione, al diffondersi di un ateismo “spontaneo” (nemmeno imposto dall’alto, come nel caso dei Paesi finiti dopo la II guerra mondiale sotto il gioco comunista, caratterizzati dall’ateismo di Stato), nei Paesi mediorientali il richiamo della religione è tuttora diffuso.

Due eminenti studiosi, Valentina Colombo e Luca Galantini, esperta di Medio Oriente la prima, giurista il secondo, affrontano il problema da due punti diversi.

Galantini parte da una comparazione storica tra Occidente e Islam: nel nostro mondo una cesura fu causata dalla Rivoluzione francese ed alla successiva legislazione di stampo illuministico, che tendeva a relegare la fede alla mera dimensione intimistica e privatistica; viceversa, nei Paesi islamici è mancato uno sviluppo in termini di separazione tra legge civile e legge religiosa: di conseguenza esiste tuttora una piena immedesimazione dell’identità culturale e degli ordinamenti giuridici del mondo islamico nella dimensione esclusivamente o preliminarmente religiosa; ecco perché – prosegue Galantini – la recezione della Carta dei diritti umani nell’Islam è stata sempre contraddittoria e si è a lungo dibattuto sulla conciliabilità della shari’a con i diritti fondamentali della persona umana.

È quindi possibile o è inimmaginabile che i diritti umani trovino spazio sufficiente nelle Costituzioni dei Paesi islamici? Storicamente parlando, conclude lo studioso, questo non è ancora avvenuto.

L’intervento di Valentina Colombo, che parte dall’analisi della situazione attuale, considera come una regressione l’affermarsi in vari Paesi islamici del movimento integralista dei “Fratelli Musulmani”, incoscientemente considerati in Occidente come espressione dell’Islam moderato. La cronaca ci dice come «dopo la cosiddetta “Primavera araba”, che avrebbe dovuto portare al conseguimento di maggiore libertà, è che nei Paesi, che hanno vissuto la rivoluzione, le minoranze cristiane, ma non solo, sono sempre meno tutelate, e in quei paesi, come la Siria, che si trovano ancora in pieno conflitto, si trovano persino ad essere i bersagli prediletti degli elementi islamisti più radicali, legati a movimenti come Al-Qaeda, che ormai si sono infiltrati nel paese levantino».

E se la soluzione proposta è quella del «riconoscimento dello status di rifugiato politico ai cristiani che subiscono persecuzioni nei Paesi d’origine per motivi di ordine religioso e politico» è evidente come la situazione, almeno per i cristiani, sia davvero divenuta insostenibile e come l’emigrazione forzata sia l’unica soluzione.