Michael O’ Brien, che una decina di anni fa con Il nemico aveva scritto un vero capolavoro thriller, tanto da essere definito (ma il paragone non gli faceva certo piacere) il “Dan Brown cattolico”, dopo alcune prove di diverso genere (tra cui il romanzo di fine scavo psicologico Il libraio, prequel de Il nemico; Theophilos, una ricostruzione del vangelo di Luca; le delicate storie per l’Avvento contenute nella raccolta L’attesa) torna al romanzo di azione.

Halcyon (ma il titolo originale è A father’s tale, vale a dire “il racconto di un padre”) segue le vicende di Alexander Graham, umile ma colto libraio di un paesino canadese, vedovo e buon cattolico, che dopo un’esistenza passata interamente nel proprio villaggio – appunto l’Halcyon del titolo italiano – è costretto a compiere un viaggio molto avventuroso e drammatico attraverso Europa ed Asia alla ricerca del figlio, studente universitario ad Oxford caduto nelle maglie di una potente e pericolosa organizzazione gnostica (La Chiesa del Nuovo Avvento).

Nelle oltre mille pagine del romanzo si seguono le peripezie del protagonista, costretto, per intraprendere il lungo e costoso viaggio alla ricerca del figlio, ad ipotecare la propria casa ed il negozio di libri. Quando, in mezzo alla Siberia, in seguito ad un’aggressione si troverà gravemente ferito, senza documenti e senza soldi, potrebbe essere colto dalla disperazione.

Invece, tutto il bene che ha fatto fino a quel momento (portando in ospedale uno sconosciuto ragazzo moribondo abbandonato da tutti, permettendo ad una giovane donna avviata a Mosca alla prostituzione di tornare alla propria città e soprattutto pregando continuamente), gli viene quasi miracolosamente restituito: in pericolo di vita dopo la rapina subita e respinto dall’ospedale perché privo di documenti, viene soccorso da una vedova, medico di un villaggio, che lo accoglie con piena gratuità cristiana e che gli permette di ricominciare una nuova vita. È solo uno dei tanti episodi in cui la Divina Provvidenza si rivela all’interno del romanzo.

Un elemento che colpisce è quello del radicato anticomunismo delle religiose popolazioni siberiane (un elemento che ritorna anche nel romanzo di successo Educazione siberiana di Nicolai Lilin, pubblicato da Einaudi e portato sullo schermo da Gabriele Salvatores), che hanno visto gli uomini del partito sovietico essenzialmente come portatori di un’ideologia antireligiosa prima che politica, ideologia che, anziché affrancarli dalla povertà (l’operazione, come è noto, si risolse essenzialmente nell’eliminare milioni di Kulaki, cioè contadini piccoli possidenti), si limitava a uccidere sacerdoti e monaci, distruggere chiese e monasteri, fare grandi roghi di immagini sacre.

Particolarmente toccante è la descrizione del salvataggio di alcune icone, destinate ad essere bruciate, da parte di una donna che, ritenendole un simbolo troppo importante in un Paese che non aveva più sacerdoti, le aveva sottratte al fuoco, ustionandosi gravemente (le icone russe sono solitamente circondate da una cornice metallica) e morendo per non aver potuto curare le ferite, ma permettendo che alcuni quadri si salvassero e la loro venerazione permettesse di mantenere viva la religiosità nella zona.

Le mille pagine possono sembrare eccessive, ma sono ampiamente compensate dal piacere della lettura, dalla trama avvincente, dalla profonda analisi psicologica dei personaggi per cui, alla fine della lettura, non si saprebbe minimamente dove tagliare ed anzi sembra quasi che la storia si interrompa, con il finale che non anticipiamo. Un’avvertenza: non leggete i risvolti di copertina, che criminalmente rivelano l’intera vicenda, eliminando il piacere di seguire il lato avventuroso della trama.