La fede e la ragione sono i due pilastri della vita del cristiano. La fede è la prima virtù cristiana, il fondamento di tutte le altre, che da essa derivano. Il catechismo ci insegna che la fede è l’adesione della nostra ragione, mossa dalla grazia, alle verità rivelate da Dio, per l’autorità di Dio stesso che ce le rivela. Le verità rivelate sono dette tali perché sono contenute, in maniera esplicita o implicita, nella rivelazione divina, conclusa con la morte dell’ultimo apostolo. La Sacra Scrittura e la Tradizione raccolgono queste verità, che formano la fede oggettiva e immutabile della Chiesa. In alcuni casi queste verità oltrepassano la nostra ragione e sono dette misteri. I due misteri centrali del Cristianesimo sono la Trinità e l’Incarnazione del Verbo. Essi sono superiori alla nostra ragione, ma non le si oppongono. La fede resta infatti una forma di conoscenza razionale, distinta da quella filosofica perché soprannaturale.

Oggi si è smarrita la vera nozione di fede, perché la si riduce a sentimento del cuore, dimenticando che essa è un atto della ragione, che ha come oggetto la verità. Per i modernisti di oggi, come per i protestanti di una volta, la fede appartiene alla sfera affettiva e irrazionale. L’oggetto della fede, le verità credute, diventa secondario. Ciò che conta è l’esperienza individuale del credente, quello che egli vive nella sua sensibilità. Questa “esperienza di fede” rifugge dalle affermazioni dogmatiche, nella convinzione che ciò che è assoluto divide e solo ciò che muta e si adatta può unire gli uomini tra loro e a Dio. In questa religione dell’umanità, caratteristica dei nostri tempi, l’affermazione netta della verità è un atto di intolleranza verso il prossimo e il compromesso tra la fede e il mondo diviene il modello di ciò che viene definito “incontro” con Dio.

Dio è certamente l’oggetto essenziale della nostra fede. Ma l’esistenza di Dio, prima di essere verità di fede, è verità filosofica, che può essere dimostrata dalla ragione, così come può essere dimostrata dalla ragione l’esistenza e l’immortalità dell’anima. Solo dopo aver assodato che Dio esiste possiamo credere in Lui e nella Sua rivelazione. Per questo sant’Agostino dice che dobbiamo: “Credere Deum, Deo, in Deum”, cioè credere Dio come oggetto della fede; credere a Dio come motivo della fede; credere in Dio come suo fine.

Ha fede chi mette Dio al primo posto e considera tutte le cose dal punto di vista divino. Infatti è diritto essenziale di Dio essere il primo in tutto. Per misurare la fede di un uomo e di una società, dobbiamo considerare che posto Dio ha in essa. Nelle età della fede, ricorda dom François de Sales Pollien, nulla si faceva senza Dio, nella sfera pubblica come in quella privata. «La legislazione pubblica, i costumi del popolo, le istituzioni sociali e le idee correnti erano segnate d’una profonda impronta religiosa. L’uomo aveva le sue passioni e le sue colpe; ma al di sopra delle passioni umane, dovunque si vedeva dominare l’idea di Dio. Le grandi lotte, le grandi leggi, le grandi epoche, i grandi popoli, sono quelli in cui vedi l’idea divina ispiratrice del movimento umano». Oggi, al contrario, nella vita privata come in quella pubblica, in quella civile, culturale e perfino in quella religiosa, Dio non solo non tiene il primo posto, ma è sistematicamente espulso.

Le nostre scuole, le nostre università, i nostri giornali, i nostri mezzi di comunicazione estromettono Dio, col pretesto che si tratta di una questione privata e individuale. Il cristianesimo non è solo ignorato, ma perseguitato in tutto il mondo e nella società vengono imposte leggi e costumi che si oppongono direttamente non solo alla fede, ma alla retta ragione. La nostra può essere definita “epoca dell’apostasia”, il più grave peccato che si possa commettere contro la fede, perché è l’abbandono della fede cristiana ricevuta nel battesimo.

Non dobbiamo dimenticare il carattere soprannaturale dell’atto di fede. La fede che riceviamo con il battesimo ci infonde il sensus fidei che è l’adesione alle verità di fede, per istinto soprannaturale, prima ancora che per ragionamento teologico, ossia la capacità del credente di discernere, come per istinto, quello che è concorde con la fede da quello che non lo è. La funzione di insegnare le verità di fede spetta solo alle autorità ecclesiastiche, ma la massa dei fedeli non si trova in uno stato meramente passivo e meccanico nei riguardi di questa dottrina. Sotto l’influsso dello Spirito Santo, i fedeli, mediante il senso cristiano, contribuiscono a conservare, trasmettere e difendere la verità cristiana in tutte le epoche della storia.

La fede è una conoscenza che ha per oggetto la verità, ma è anche la risposta dell’uomo libero all’invito di Dio: un atto determinato dalla volontà, con l’aiuto della grazia, dopo che la ragione ha constatato la credibilità delle verità rivelate da Dio. I “preamboli della fede” sono i presupposti razionali delle verità in cui crediamo. Ma alla perdita della fede oggi si accompagna quella della ragione.

Ragionare significa seguire le regole del raziocinio e la prima di esse è il rispetto della realtà. Così come esiste un senso della fede, esiste un senso comune, che non è il “luogo comune” imposto dalle mode, né l’opinione dalla maggioranza, ma un certo numero di princìpi evidenti che si impongono alla nostra intelligenza prima ancora di cominciare a ragionare: una qualità, spiega Padre Garrigou-Lagrange, che permette di cogliere l’evidenza del principio di identità e di non contraddizione e delle nozioni elementari di vero, di bello, di buono.

Una società che introduce nelle proprie leggi l’aborto e il matrimonio omosessuale rinnega non solo la fede cristiana, ma i princìpi elementari del senso comune. Quando si arriva a rifiutare l’esistenza di una differenza primaria tra l’uomo e la donna sul piano biologico e psicologico, vuol dire che la ragione è ottenebrata e che l’uomo è privo di quel lume naturale che conservano perfino i popoli più primitivi. All’apostasia dalla fede si aggiunge quella dalla ragione. Ciò che la società contemporanea oggi sperimenta, sul piano individuale e sociale, è propriamente la follia.

Se non vogliamo essere risucchiati in questo itinerario di morte dobbiamo reagire in nome della fede e della ragione. La santità che oggi è richiesta è la testimonianza, nella vita ordinaria, di coloro che, in opposizione al nostro tempo, vivono, come i giusti, di sola fede (Rm 1, 17), ovvero conservano la fede cattolica in tutta la sua integrità e purezza.

La vita di ognuno di noi alterna momenti di gioia e di dolore ed è sempre irta di difficoltà e di ostacoli. La precarietà e l’incertezza avvolgono il nostro futuro. Lungo la strada accidentata della vita, la fede illumina i nostri passi, ci sorregge nelle avversità e ci conduce infallibilmente alla méta, che è la felicità eterna. La fede è un dono che dobbiamo chiedere incessantemente. E quale momento migliore del tempo di Natale, per chiedere questo dono al Bambino Gesù, che illumina il buio del tempo presente con la sua sfolgorante divinità?