«Omnia sunt communia», «tutti i beni sono di tutti». Questo motto, ripetuto costantemente, pervade il romanzo Q., scritto nel 1999 dal fantomatico Luther Blissett (nome, sotto cui si nasconde un gruppo di scrittori) e divenuto in breve la “bibbia” dei no-global. Un romanzo di quasi settecento pagine, che una nota casa editrice italiana mette sul mercato ad una cifra più che accettabile, rinunciando nel contempo a molti suoi diritti (ad esempio, il libro è scaricabile gratuitamente dal web). Simile trattamento per il seguito di Q., il romanzo Altai, di oltre 400 pagine. Ma perché investire su due romanzi storici ambientati nel XVI secolo? Tra i tanti motivi, perché al centro dei due romanzi c’è la riforma protestante (ed in particolar modo i gruppi che stavano a “sinistra di Lutero”): un argomento gradito in tanta parte del nostro mondo intellettuale.

Quanti sono, infatti, coloro che ritengono positiva la Riforma? Tantissimi. E anche chi non è d’accordo avrà sentito frasi del genere: “la Riforma ha fatto sviluppare l’economia, la Controriforma la ha affossata”; “la Riforma ha dato alla luce un capolavoro come Il Paradiso perduto di Milton, la Controriforma ha costretto Tasso a riscrivere la Gerusalemme liberata” (in realtà, Tasso volle riscrivere il suo capolavoro, realizzando la mediocre Gerusalemme conquistata, spinto da paranoie personali e nonostante il parere contrario dei sacerdoti, cui si era rivolto per avere un giudizio sul suo capolavoro, ma questo viene usualmente taciuto; “se anche in Italia fosse giunta la Riforma, oggi non avremmo la questione meridionale, causata dal governo cattolico spagnolo” (il quale governo dominava anche a Milano, poi passata a un altro governo cattolico, quello austriaco, ma, non si sa bene perché, tale regione beneficia della leggenda positiva di un “calvinismo lombardo”).

Insomma, gran parte della nostra classe dirigente si rivela estimatrice della Riforma protestante, sicura che tutti i mali della penisola derivino dalla presenza della Chiesa e di teste coronate cattoliche.

Perché? La prima risposta potrebbe essere: perché non conoscono la storia, né la teologia, né hanno mai letto una riga di quanto scrisse Lutero. Tanti pensano che le “tesi di Wittenberg” riguardino la corruzione della Chiesa (quando l’allora monaco agostiniano non ne fece menzione alcuna, anche perché il protestantesimo prevede la salvezza per la sola fede, non per le opere, che non pregiudicano il destino a cui si è chiamati). Qualcuno, più a sinistra, conosce il problema per aver letto il libro di Engels sulla guerra dei contadini (1850), ma difficilmente il pubblico generalista ha preso in mano i Discorsi a tavola o il Discorso ai principi tedeschi: peccato, perché avrebbe avuto un’idea di Lutero più vicina alla realtà, più concreta e meno leggendaria.

Adesso si può rimediare, visto che Angela Pellicciari offre in un sintetico studio un’analisi dell’opera politico-teologica di Lutero, ricostruendone la figura attraverso i suoi scritti.

Purtroppo, per molti sarà una delusione: il Martin Lutero che esce da queste pagine, messo di fronte alla realtà è molto meno affascinante del monaco folgorato da un’intuizione paolina e pronto a sacrificarsi per difendere la propria idea, tramandato dal mito. Ne viene invece fuori un orgoglioso intrigante, capace di mettere in pratica ciò che Machiavelli suggeriva al suo Principe: separare la morale dall’azione politica, come quando consiglia al suo protettore Filippo d’Assia di sposare pure una seconda moglie, purché in segreto, salvo poi, visto lo scandalo suscitato dalla bigamia, suggerirgli di far passare il secondo matrimonio come un “semplice” concubinaggio, per evitare la condanna a morte, comminata ai bigami. «Dire una bugia necessaria, utile e che ti aiuta – scrisse il padre della Riforma – è una virtù» (p. 112). Del resto, l’unica coerenza che Lutero dimostrò in vita fu la fedeltà al più potente: la Riforma non avrebbe attecchito, se non fosse stata sostenuta dai Principi tedeschi grazie al principio del “Cuius regio, eius religio”, che obbligò i cittadini tedeschi a convertirsi per non perdere i propri beni (mentre non risultano grandi movimenti popolari protestanti nel resto d’Europa). E Lutero fu “coerente” nell’attaccare i contadini (istigando al tradimento), quando questi si ribellarono, visto che la Riforma aveva peggiorato la loro situazione, abolendo i privilegi feudali di cui essi erano beneficiari: fra’ Martino comprese bene che, se voleva rimanere in vita, gli conveniva tradire i propri ideali e mettersi dalla parte del più forte.

Gli effetti della Riforma furono le guerre di religione, la frammentazione nazionalistica che spezzò l’universalismo imperiale e cattolico: la Germania, teatro della Guerra dei Trent’Anni, fu quella che ne pagò le maggiori conseguenze – a parte la Prussia, realizzata da Alberto di Brandeburgo, ultimo Gran Maestro dell’Ordine Teutonico, che sempre su suggerimento di Lutero aderì al protestantesimo, si svincolò dal vassallaggio verso il Re di Polonia, si appropriò dei beni del suo Ordine e fece della Prussia un ducato ereditario per sé e per i suoi.

Insomma, una delusione per chi vive nel mito del “Grande Riformatore”: delusione confermata dalle appendici, in cui la Pellicciari ripropone un’antologia di testi di Lutero e ripubblica una serie di rare vignette satiriche usate dalla propaganda protestante: allora si faceva “teologia” anche in questo modo immediatamente comprensibile a tutti, come ai nostri giorni i nuovi rivoluzionari architettano romanzi come Q. A proposito: la nuova fatica degli autori di Q. e Altai sarà – coerentemente – una trilogia ambientata al tempo della Rivoluzione francese. A conferma che quella di Lutero – come ben aveva intuito Plinio Corrêa de Oliveira – è la madre della rivoluzione giacobina, il suo presupposto necessario.