La figura di Giovanni Paolo I, che per la brevità del suo pontificato non poté farsi conoscere abbastanza – e che fu presto oscurato dall’imponenza del suo successore – è stata oggetto di vari studi “dietrologici” legati ai presunti misteri che circondano la sua repentina scomparsa. Diciamo subito che la biografia che Cristina Siccardi ha dedicato ad Albino Luciani non si sofferma minimamente su quest’aspetto: si tratta di un serio studio sulla figura di uomo e di sacerdote. Albino Luciani deve la propria fede alla madre, Bortola Tancon (che cercò di imporla anche al padre, Giovanni, traviato dalle idee socialiste), un po’ discolo a scuola, ma profondamente buono, entra giovane in seminario e si distingue a tal punto che per lui viene richiesta la dispensa perché venga ordinato quando ancora 22 anni (quindi prima del compimento del 24° anno di età).

Da vescovo, mostrò aperta ostilità nei confronti della Massoneria (che cercava di infiltrarsi nel Banco Ambrosiano), dimostrando molta lungimiranza nel comprendere come l’attacco alla religione avvenisse attraverso lo scardinamento della società: il futuro “papa del sorriso” muterà il suo volto in una smorfia di dolore per il sangue versato dai terroristi negli anni di piombo, ma anche per le piaghe sociale del divorzio e dell’aborto, come pure – con notevole lungimiranza – mentre condannava le prime proposte di manipolazione genetica.

Sull’aborto si espresse nel giugno 1978 (due soli mesi prima della sua elezione a Successore di Pietro) con toni molto netti e precisi: «L’embrione è un vero essere umano, fornito di vita propria e di individualità distinta da quella della madre, anche se dalla madre dipende. E ciò fin dal primo istante della concezione. (…) Essendo un uomo, il feto è soggetto di diritti naturali. Chi dunque lo espelle lo priva delle condizioni necessarie per vivere, allo stesso modo di chi, stringendo fortemente la gola a un uomo, gli impedisce di respirare e lo strangola».

E conclude con forza: «Quinto non uccidere, intima Dio. A tutti, ma in modo particolarissimo alle madri, le quali meno che qualunque altro possono avere il cuore di accampare pretesti per disfarsi della loro creatura» (p. 160). Appassionato amante dei libri – l’autrice ricorda che trasferendosi definitivamente da Venezia a Roma porto «pochi indumenti, nessun mobile, moltissimi libri» ed estimatore di Chesterton, portò sempre con sé, anche da vicario di Belluno, da vescovo di Vittorio Veneto, da Patriarca di Venezia e infine da Pontefice, l’austera umiltà del parroco di Canale, mantenendosi «delicato nelle forme, ma non certo nei principi» (p. 17).

Questa toccante biografia di un Papa forse eccessivamente oscurato dal suo grande successore ricostruisce con sapienza il mondo in cui visse, con la serenità della vita quotidiana di paese; con l’aristocrazia pronta a mantenere agli studi (ecclesiastici e non) i ragazzi meritevoli, ma di famiglia povera; con un rispetto nei confronti dei genitori oggi, purtroppo inimmaginabile (si legga la lettera alla madre in cui l’undicenne Albino confessava un peccatuccio che non lo lasciava dormire tranquillo); con la parrocchia come centro della vita del villaggio. L’autrice si concentra sull’interiorità di Albino Luciani, tralasciando i fatti secondari (ad esempio viene ignorato lo “scisma di Montaner”, mentre si dà ampio spazio all’incontro con Suor Lucia) per descriverci non la carriera ecclesiastica di un uomo divenuto Papa, bensì la figura spirituale di un Servo di Dio.