Un ragazzo si toglie la vita in provincia di Milano. Avrà vissuto un disagio giovanile, comune a tanti suoi coetanei. Ma, al di là della separazione dei genitori che li aveva condotti ad una lontananza anche geografica (la madre a Roma con un nuovo compagno ed il padre trasferito in provincia di Milano), c’era molto di più. Un elemento che aveva prodotto litigi sempre più frequenti e “gridati” e screzi sempre maggiori con il padre.

Il ragazzo non accettando la nuova situazione sentimentale della mamma aveva lasciato la capitale; giunto al Nord aveva accettato lavori anche non sempre allettanti. Ma non era questo il motivo della sua profonda insoddisfazione. Tutto è precipitato, all'improvviso e nella maniera più tragica, dopo una discussione con il padre durata quasi fino a mezzanotte, quando il figlio sbatte la porta di casa e se ne va. Non vi farà più ritorno. Il ragazzo parcheggia la sua auto, si arrampica a un’altezza di circa 15 metri, si lancia nel vuoto, precipitando sull'asfalto, e muore sul colpo.

Comincia il balletto delle ipotesi. Subito si pensa addirittura a un omicidio; poi, fatti i rilievi la diagnosi è chiara: suicidio. Ma la certezza assoluta che si tratti di una fine voluta la fornisce la testimonianza del padre. In preda allo strazio l'uomo, in caserma, racconta ai carabinieri una storia dolorosissima che lo accompagnerà per sempre, con un profondo senso di colpa. La sera prima aveva litigato con il figlio perché, dietro le pressanti insistenze di quest’ultimo, gli aveva rivelato il reale motivo del naufragio del matrimonio. “Io e la mamma ci siamo lasciati ma la colpa è in gran parte mia. Anzi, solo mia: sto per cambiare sesso, voglio diventare una donna”. Calano il gelo e il silenzio. Il pm che aveva aperto il fascicolo sulla morte del giovane lo chiude.