Il cinquantenario del Concilio Vaticano II si sta avvicinando e con esso – è presumibile – si può temere un’ondata di celebrazioni in cui la retorica superi la riflessione pacata e scientifica (analogamente a quanto accaduto con il 150° dell’Unità d’Italia). Un solo esempio: la cattedrale di Benevento, chiusa da ben sei anni al culto per restauri e finalmente “consegnata” a fine luglio, non è stata utilizzata in occasione della festività del Santo Patrono (24 agosto), ma è stata tenuta ancora serrata per essere finalmente aperta ad ottobre. Perché aspettare tanto? Beh, perché si inaugurerà nel 50° del Vaticano II! Ben viene dunque questo denso saggio di padre Serafino Lanzetta a riflettere sul giudizio da dare sul Vaticano II: un giudizio iuxta modum, cioè non di approvazione incondizionata.

Il presente saggio si inserisce nell’alveo delle discussioni sulla continuità del Vaticano II: non a caso, oltre all’attenta disamina riservata ad alcune affermazioni del teologo gesuita tedesco Karl Rahner, ampio spazio è dedicato alla critica dell’ultimo saggio di padre Cavalcoli (Progresso nella continuità) e alla risposta di don Piero Cantoni (Riforma nella continuità, secondo padre Lanzetta incapace di focalizzare il vero punto nodale del problema). Tra i vari elementi presi in considerazione, due punti sono di particolare importanza: la continuità (e l’esegesi) nell’alveo della Tradizione e le innovazioni liturgiche. Sul primo problema, data per scontata la continuità del Vaticano II (altrimenti lo si dovrebbe giudicare eretico), come si può conciliare la sua collegialità episcopale con il primato petrino sancito dal Vaticano I e con i continui dissensi dell’onnipresente Hans Küng?

Riguardo invece alla nuova messa, padre Lanzetta fa notare che la liturgia non è una legge canonica, che può essere abrogata dalla successiva (p. 56-57n) e quindi il Rito di San Pio V non è stato restaurato, bensì semplicemente consigliato dal motu proprio Summorum Pontificum, poiché l’antico rito non venne mai abrogato, bensì solo limitato nell’uso. Ma, come ben sappiamo, è appunto l’uso, l’applicazione concreta di principi astratti (e spesso ambigui) ad aver creato danni irreparabili: citando Benedetto XVI, l’autore ricorda come «il nuovo Messale addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile» (p. 68).

Il risultato concreto è che, grazie a tanta innovazione, avendo aperto «al mondo tutte le porte, la gente è uscita dalle chiese più facilmente» (p. 70): di fronte al venir meno del mistero, chiosa l’autore, i fedeli hanno abbandonato le panche delle navate per le poltrone dei cineforum… Inoltre, la smania di protagonismo di tanti fedeli “adulti” e di tanti sacerdoti “moderni” ha spostato l’accento dalla celebrazione del mistero alla semplice “partecipazione” e ha incentrato la messa, più che sulla consacrazione, sull’omelia: predica e canti (la famosa “partecipazione” assembleare!) sembrano quindi avere il sopravvento (non solo in termini di tempo dedicato, ma anche di importanza percepita dal fedele) sul miracolo che si compie sull’altare. Insomma, ammesso che la Chiesa non si possa fermare al 1962, quel che è importante è comprendere come Essa non è certo nata grazie al Vaticano II: tagliare le millenarie radici della Tradizione non può dunque rendere più rigogliosa la pianta.