“Riti e tradizioni oltre le mistificazioni contemporanee, per un’etica matrimoniale condivisa fra ellenismo e cristianesimo” recita il sottotitolo di questo aureo libretto, che fa giustizia di tanti luoghi comuni sulla pretesa diffusione ed accettazione dell’omosessualità (o almeno della bisessualità) nella Grecia antica. Esistono, è vero, gli epigrammi pruriginosi dell’Antologia Palatina, le pitture sconce rinvenute su alcuni vasi o la nota inversione di personaggi come Anacreonte o Alcibiade; questo però non prova una diffusione “istituzionale” dell’omosessualità, ma soltanto la sua esistenza, generalmente limitata «ad ambienti dai quali le donne erano estromesse come la palestra e il campo di battaglia» (p. 22).

Del resto, come ci giudicherebbero i nostri discendenti se dell’attuale cultura sopravvivessero solo i film di Pasolini, gli scritti di Busi e le pubblicità di Dolce&Gabbana? Infatti non solo non si può certo parlare di riproduzione del quotidiano per i citati epigrammi (dovuti ad autore evidentemente omofili) o per le pitture erotiche sui vasi (creati appositamente per divertirsi nei simposi e non per l’esposizione quotidiana: in pratica l’equivalente dei film pornografici dei nostri giorni), ma a fianco di tali ammiccamenti si possono contrapporre esempi ben più concreti di condanna dell’omosessualità, la più esplicita delle quali è di Platone (Leggi, 636c): «Bisogna considerare che alla natura femminile e a quella degli uomini che desiderano unirsi per procreare, il piacere è stato dato secondo natura, ma quello di uomini con uomini e di donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Parole che potrebbero essere riportate in qualsiasi scritto di un autore cristiano a dimostrazione che la legge di natura è stata sempre riconosciuta dalle grandi civiltà.

Anche il suo maestro Socrate, però, non è da meno: Senofonte riporta il suo duro giudizio sulla pederastia, ritenuta una «passione da schiavi e indegna di un uomo buono e nobile», una «malattia da maiali». E bisogna ricordare pure che né Omero né Esiodo fanno mai cenno all’omosessualità, con buona pace di chi vorrebbe vedere in Achille e Patroclo una delle prime “famiglie gay di fatto”: anzi, i problemi nel campo di Agamennone nascono appunto perché ad Achille viene sottratta l’amata Briseide! Insomma, il lavoro di Colafemmina dimostra ampiamente come la pretesa cultura omofila dell’antica Grecia sia solo una costruzione falsa e tendenziosa dei nostri giorni.