«Chi canta bene, prega due volte» sostiene il Catechismo della Chiesa Cattolica (1156) compendiando sant’Agostino (Enarratio in Ps 72). Evidentemente non basta cantare, ma occorre cantare bene. E non ci si riferisce semplicemente alle qualità canore degli artisti impegnati, ma anche – e sopratutto – alla scelta del repertorio: è infatti spesso difficile conciliare l’attenzione al mistero che si sta celebrando sull’altare con la concentrazione nella preghiera, se nella Casa del Signore risuonano canzonette stile anni ’70… Il fatto che siano orecchiabili va certo nel senso di una “partecipazione” (forse sarebbe più coretto parlare di “protagonismo”), ma sicuramente non in quello della concentrazione, elemento necessario per assistere nel migliore dei modi al miracolo della transustanziazione.

«È tale l’influenza esercitata dalle melodie che risuonano durante la celebrazione eucaristica sulla disposizione dei partecipanti (…) che facilmente si possono ottenere effetti contrari a quelli desiderati» (p. 103) scrive Marco Ronchi, direttore di coro liturgico a Milano ed esperto di canto gregoriano: e l’autore parte dalla sottolineatura del senso del sacro per individuare quale musica si adatti (e si sia sempre adattata, almeno fino ad una quarantina di anni fa) alla liturgia, bisogna comprendere cosa è esattamente la liturgia; cioè la rievocazione del sacrificio di Cristo e non una semplice riunione gioiosa di fedeli.

E, anche sulla scorta della costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II (n. 116-120) – un testo purtroppo sempre interpretato con estrema libertà, per non dire sciatteria –, la soluzione è la stessa applicata per secoli e secoli: privilegiare il gregoriano, a un tempo ieratico e semplice (si tratta di un canto monodico facilmente memorizzabile anche da chi non ha particolari cognizioni musicali), lasciando la polifonia ai soli coristi (tra l’altro il “mito” della partecipazione corale dell’intera assemblea è tipicamente luterano). In sintesi: gregoriano e polifonia anziché canzonette, con accompagnamento dell’organo al posto delle chitarre.

Il volume si chiude con una breve appendice dedicata a una ventina di incisioni di musica sacra gregoriana e polifonica: si tratta di musica non genericamente “religiosa” né semplicemente “sacra”, bensì specificamente “liturgica”, dedicata cioè alla esecuzione durante la celebrazione eucaristica (le celebri Messe dei grandi compositori come Mozart, Beethoven, Verdi sono invece più adatte alla esecuzione da concerto). Spiccano le tre schede dedicate a Tomàs Luis de Victoria, grande compositore spagnolo del Siglo de Oro poco noto da noi, e quella sul Requiem di Ildebrando Pizzetti, esempio di come anche un compositore del Novecento possa creare qualcosa di nuovo, pur rimanendo nell’alveo della tradizione gregoriana.