Si parla di persecuzioni contro i cristiani e vengono subito alla mente Nerone e Diocleziano. Ma essi, lungi dall’essere gli unici, sono solo i primi persecutori della Chiesa, che è da secoli sotto il continuo attacco di nemici più o meno potenti, più o meno feroci. E se alle elementari si spiega ai ragazzi come i primi cristiani finissero nelle arene per il divertimento del pubblico desideroso di giochi sanguinolenti, si dimentica di ricordare che il maggior numero di cristiani uccisi in quanto tali avvenne non nel I o nel III secolo d.C., ma durante la Rivoluzione Francese, durante la guerra dei Cristeros, durante la dittatura sovietica e quella nazista…

Ma la guerra di cui parla Socci non è solo quella dei gulag e delle stragi di fedeli. Esiste una lotta meno cruenta, ma non per questo meno violenta, quella culturale. Il Kulturkampf è altrettanto, se non più, pericoloso di un’azione diretta, in quanto pone i presupposti affinché quest’ultima venga accettata dalla popolazione, passata sotto silenzio, considerata di scarsa importanza.

Il volume di Socci passa in rassegna vari aspetti di tale guerra culturale negli ultimi secoli, volta soprattutto a screditare la storicità della figura di Gesù, partendo dall’Illuminismo e da Voltaire, del quale viene sempre citato il detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo», senza sapere che si tratta di un apocrifo, poiché non lo scrisse il filosofo francese, bensì una saggista che ne ricostruiva vita e opere, Evelyn Beatrice Hall, nel saggio The Friends of Voltaire.

Curiosamente, si dimentica che Voltaire – lungi dall’aver mai rischiato la vita per il diritto all’espressione delle idee altrui – usava concludere le sue lettere (volendo imitare il Catone di «Carthago delenda est») siglandole «Ecr. l’inf.», ovvero Ecrazes l’infâme, schiacciate l’infame, l’avversario culturale, screditandolo in tutte le maniera: «Tutto è permesso contro di essi», aggiunse, anche la calunnia più bassa, in mancanza di fatti… E l’infame, la “Cartagine” di Voltaire era naturalmente la Chiesa.

Ampio spazio è poi riservato a varie problematiche storiche e filologiche riguardanti i Vangeli. Innanzitutto c’è da notare che l’attacco alla loro storicità, mai messa in discussione in diciassette secoli (neppure – si badi bene – dai polemisti anticristiani dei primi secoli, e questo dovrebbe dirla dice lunga…), dal periodo del’Illuminismo in poi è diventato il fulcro dell’attacco alla fede. «Tale impresa demolitoria in due secoli ha raggiunto risultati devastanti che oggi troviamo condensati, sotto forma di luogo comune, nelle convinzioni della maggioranza: la Chiesa sarebbe un’istituzione oscurantista e manipolatrice basata su testi i Vangeli notoriamente falsi, relativi a un certo Gesù di cui non sappiamo niente. Se non un paio di cose: che non era Dio e che non è risorto dai morti» (p. 43-44).

Eppure studi seri dimostrano che il testo greco dei Vangeli è una traduzione di un originale semita (scritto in ebraico, la lingua sacra dei sacerdoti, o aramaico, la lingua comune del popolo). La specificazione non è di poco conto, perché retrodaterebbe la scrittura dei Vangeli (o almeno dei primi appunti sulla vita di Gesù) ad un periodo molto vicino a quello in cu visse il Salvatore e potevano essere stati redatti da testimoni diretti. Autorevoli studiosi lo hanno dimostrato evidenziando come il testo semita (ricostruito) sia pieno di giochi di parole la cui musicalità si perde nella traduzione greca. Altro punto importante della retrodatazione dei Vangeli è quello di poter considerare le profezie sulla distruzione di Gerusalemme fatte prima dell’evento e non ex post, come spesso ritenuto.

Il discorso vale anche per il Vangelo di Giovanni? Certo: lungi dall’essere “ellenistico”, se non “gnostico” (tale definizione è di Carlo M. Martini, cfr. p. 368n) è anch’esso l’opera di un testimone e di un testimone molto attento: «è il più preciso e dettagliato dei quattro, sia per la cronologia che per i riferimenti al calendario liturgico, sia soprattutto per i dettagli topografici e geografici degli itinerari di Gesù» (p. 371). Altro, quindi che “scuola giovannea”, sorta di operativa di scrivani greci che avrebbero scritto in luoghi e tempi lontani, facendo largamente uso dell’immaginazione!

Socci ripercorre sinteticamente tutti i principali problemi archeologici e filologici: spiega le conseguenze della scoperta del Papiro di Ossirinco (che attestano la scrittura del Vangelo di Giovanni a prima del 120 e non dopo il 200 d.C. come sostenuto dalla filologia, in particolar modo quella tedesca della Scuola di Tubinga) e il valore scientifico dei rotoli di Qumran (con il “famoso” frammento 7Q5 che contiene una frase del Vangelo di Marco e che risale addirittura al 50-55 d.C.), riportando anche le testi contrarie, convenientemente criticate.

Purtroppo, va notato, sono molti gli uomini di Chiesa che non apprezzano l’interesse «scomposto e frenetico per il Gesù della storia» (le parole sono del biblista Gianfranco Ravasi sul quotidiano Avvenire del 12 settembre 1992 e Socci nota che Ravasi tratta il 7Q5 come se fosse scritto in caratteri ebraici e non greci, forse perché non lo ha neppure guardato) mentre i difensori dell’autenticità e dell’antichità del Nuovo Testamento sono scienziati laici, come molti degli illustri papirologi che si incontrano in queste pagine. Insomma, si può davvero concludere che se c’è (e c’è) una guerra contro Gesù, la Chiesa avrebbe bisogno al proprio interno di uomini meglio armati o almeno, meglio intenzionati.