La storia (o, meglio, una storiografia di parte) lo ha bollato come un carnefice, alimentando la “leggenda nera” antispagnola e anticattolica (le due cose sono andate di pari passo fino a poco tempo fa). Eppure Cortés non fu un razziatore assetato di sangue e di oro, un pirata che si muoveva sulla terra anziché sui mari, capace di distruggere un impero solo per brama di ricchezze. Solo un folle disperato avrebbe attaccato la potenza militare azteca con poche centinaia di uomini, avventurandosi in un territorio infido e del tutto ignoto.

E Cortés non era certo un folle: già dieci anni fa il romanziere Luigi Lunari gli aveva dedicato una lunga biografia romanzata (Il conquistatore del Messico, in tre volumi editi da Rizzoli) in cui poneva al primo posto delle motivazioni del guerriero spagnolo la certezza di essere stato prescelto da Dio per convertire le popolazioni indigene alla vera Fede.

Il saggio dello storico messicano Juan Miralles conferma che la tesi di Lunari, sia pure romanzata, è sostanzialmente vera; del resto solo confidando pienamente nell’aiuto di Dio poteva essere possibile dare inizio a un’impresa che avrebbe spaventato chiunque (Cortés fu costretto a distruggere le proprie navi per stroncare ogni tentativo di ammutinamento dei suoi uomini, desiderosi di far ritorno in patria). Né sarebbe stato possibile sconfiggere gli Aztechi se agli Spagnoli (molto meglio armati, ma numericamente inferiori per oltre uno a mille rispetto ai soldati indigeni) non si fossero affiancate le popolazioni soggette all’impero di Montezuma, esasperate da secoli di sanguinaria dominazione in cui i sacrifici umani erano una pratica all’ordine del giorno.

Il saggio contribuisce quindi a ribaltare la “leggenda nera” della conquista spagnola, dimostrando come essa fu realmente, per la maggior parte delle popolazioni indigene, una liberazione e come la mentalità cattolica favorì la fusione dei bianchi con le popolazioni locali (a differenza di quanto accadde nelle terre americane colonizzate dai protestanti).

Inoltre l’autore conferma la profonda religiosità di Cortés, che cercò di imporre in tutte le città e i villaggi che attraversava l’abolizione dei sacrifici umani e l’innalzamento di una Croce e di un altare alla Vergine, talvolta addirittura scontrandosi con alcuni sacerdoti che lo accompagnavano, i quali avrebbero preferito un passaggio più graduale e soprattutto più sentito e quindi più durevole alla vera religione. Un comportamento evidentemente più da missionario che da razziatore.