Nell’ufficio di una mia amica – l’unica donna editrice della cittadina in cui ho vissuto fino a qualche anno fa – c’è un pupazzo di Lara Croft, che l’editrice ammira perché, se il destino si potesse scegliere o meglio se si potesse tornare indietro nel tempo e cambiare le proprie scelte adolescenziali, avrebbe voluto essere come lei. “È l’unica donna che invidio”, mi dice. E fa bene a non invidiarne altre, perché facendo il lavoro che fa (la mia amica, non Lara Croft) , che ha scelto (oltre alla casa editrice dirige un quotato settimanale locale) e facendolo bene, avendo inoltre una bellissima famiglia intorno a sé, tra genitori, marito e figli, ha ben poco da invidiare alle altre donne. Tranne quelle della fantasia, come Lara Croft, che pure, forse, le invidierebbe la famiglia. Tanto più che, senza attraversare la foresta amazzonica alla ricerca di un tesoro, si può trovare un tesoro nel proprio nucleo familiare nelle “giungle d’asfalto” della nostra vita quotidiana.

Costanza Miriano secondo il motto castigat ridendo mores scrive e poi commenta undici lettere a varie amiche («perché il bello di avere amiche non è quello di ricevere consigli, bensì quello di darne, siano essi richiesti o meno»): a chi sta per sposarsi ed è presa da mille dubbi; a chi ha appena scoperto di essere incinta e avendo una relazione non stabile si sta chiedendo se portare a termine la gravidanza (non siamo ipocriti: si sta chiedendo se abortire); a quella che, madre da poco, è sconvolta dal cambiamento che ha subito la propria esistenza; a quella che non riesce mai a trovare l’uomo giusto (ma si impelaga in continue storie che chiunque capirebbe non potranno sfociare se non in una delusione); alla neo-mamma che deve riprendere il lavoro dopo l’aspettativa per maternità e che troverà un ufficio che ha cercato di cancellarla e che le farà pesare la scelta di voler essere madre (l’Italia è «il Paese che fa meno figli al mondo, qui il mondo del lavoro è contro le madri, cioè contro i figli»); a quella che, dopo anni di matrimonio, si lamenta del mutismo del marito… Ci sono anche due lettere destinate a maschi: a quello che non decide a rendere stabile la propria relazione attraverso il sacramento del matrimonio e a quello che, sposato, pensa che non sia ancora giunto il momento giusto per avere figli.

L’autrice, giornalista Rai, ma soprattutto felicemente coniugata e madre di quattro figli, nonché cattolica dichiarata, grazie alla propria esperienza ha realizzato questo libro divertente, ma da soppesare (e magari leggere in coppia), pieno com’è di affermazioni che sembrano scontate, ma che sono invece pillole di verità, dal sapore talvolta dell’aforisma. Ne citeremo solo uno: «Non conosco nessuna madre che si sia pentita di aver tenuto un figlio, mentre ne conosco diverse che soffrono per non averlo fatto». E così, lettera dopo lettera, si impara che una normale vita familiare può essere spesso una esperienza estrema più eccitante che scalare montagne a mani nude o violare templi abbandonati al centro di foreste sperdute. E, a differenza della maggior parte delle spedizioni archeologiche reali, si conclude molto più spesso con la conquista di uno o più tesori. Perché se chi trova un amico trova un tesoro, chi ha figli si procura un tesoro per il futuro.