Nikos A. Salìngaros è professore di Matematica all’Università di San Antonio, Texas, professore incaricato di Urbanistica all’Università di Delft, Olanda e al Politecnico di Monterrey, Messico e tiene lezioni durante l’anno anche all’Università di Roma III. È autore di molti libri sull’architettura e sull’urbanistica, tra cui Architettura e Demolizione, edito sempre dalla Libreria Editrice Fiorentina.

 

L’arte contro la religione e il nostro pianeta

Molte volte Papa Benedetto XVI si è espresso sul relativismo filosofico della nostra società e sul conseguente nichilismo che distrugge sia la dignità che la persona umana negando il Vero, il Bene e il Bello a cui si dovrebbe tendere nel rapporto col trascendente. Leggendo il saggio di architettura e filosofia del prof. Salìngaros, le parole del Papa tornano alla mente nel difficile rapporto fra architettura contemporanea, società e religione.

Non è un testo facile ma di estremo fascino: «Accade, però, che certi stili architettonici molto in voga oggi siano, di fatto, contro natura. E che per conseguenza inducano influssi negativi sul rapporto della gente comune con la religione». Da qui si parte per una dimostrazione scientifica su come l’architettura contemporanea, liberata dal passato classico, secondo il suo establishment che ha riconoscimenti culturali, insegnamenti universitari e premi, derivi da un mondo industriale dove si nega il rapporto con la natura e dove si rischia oltre alle brutture architettoniche, la distruzione del pianeta.

 

“Dio non esiste nella geometria morta”

È fondamentale invece creare un’architettura sostenibile come anche un’industria o un’agricoltura sostenibile, per conservare il nostro habitat. L’autore ci fa notare come i grattacieli siano ormai una tipologia architettonica vecchia e superata da nuove esigenze della società che vuole edifici senza costi enormi per mantenerli e per usarli. I tre grattacieli di Milano, che dovranno essere costruiti prima dell’expo del 2015, secondo Salìngaros «seguono un’espressione satanica di Le Corbusier», perché negano ogni relazione con l’ambiente dove saranno edificati.

L’ecofobia delle nuove architetture annulla qualsiasi legame con il territorio, che nella nostra cultura è un prodotto di questa, essendo stato costruito nei secoli dall’uomo secondo il senso del Bello. Visione complessa è quella della “tecnica della biofilia” il meccanismo mentale e fisico con cui l’uomo si rapporta con l’ambiente naturale, ben lontano dalle mode del momento in architettura e nell’arte in generale.

Con questa si definiscono tre concezioni che descrivono la natura umana: la prima è la visione di un mondo astratto meccanico dove l’uomo ha pochi contatti con il mondo naturale, e questa è propria dell’architettura contemporanea dove il suo fruitore è assente o rappresentato come un simbolo in un mondo sterile che non gli si relaziona.

La seconda è quella dove l’uomo è un animale e si relaziona con il mondo naturale tramite i suoi sensi biologici. La terza è quella dove l’essere umano è considerato più di un sistema biologico e si relaziona in modo trascendentale con il mondo, tramite la filosofia e la religione.

Da questo la considerazione che conoscere empiricamente il mondo non garantisce che la nostra dimensione umana sia connessa a questo in maniera corretta. Da sempre le forme e le superfici dei grandi edifici religiosi hanno avuto un rapporto stretto con la ricerca del trascendente, e come questo sia ridicolizzato oggi dall’accademia e da quella èlite dominante e potente che controlla oggi l’architettura, che ha secondo l’autore «origini oscure, perfino nichiliste», avendo questa rinnegato l’eredità e l’insegnamento del passato, e il senso del Bello.

Anche la Chiesa ha commissionato edifici in questo stile contemporaneo (gli esempi purtroppo sono molti) perché non vuole sembrare non “contemporanea”. Ma secondo l’autore «Dio non esiste nella geometria morta» dell’architettura di oggi, i nuovi edifici esprimono morte perché espressione di puro nichilismo, non di semplicità strutturale, ma negazione sensoriale.

 

Contro le archistar

Alla base della costruzione dell’architettura e dell’urbanistica, secondo il teorico dell’architettura Christopher Alexander, vi sono leggi simili a quelle che organizzano un organismo biologico, e secondo Salìngaros l’edilizia storica sia quella dei monumenti che delle architetture vernacolari ha delle somiglianze matematiche in tutto il mondo, e una di queste è la struttura frattale.

Per semplificare la comprensione di cosa sono i frattali, questi si possono avvicinare ai cristalli delle rocce, figure geometriche simili ma non uguali che si sovrappongono su piani differenti nello spazio creando forme sempre differenti. Il frattale è una struttura osservabile in tutte le scale del disegno dell’architettura, le nostre vecchie città sono insiemi di scale frattali organizzate, un complesso di strutture che si articolano e interagiscono a scale differenti dalle più piccole alle più grandi sino ad arrivare ai materiali.

Il modernismo come ideologia insegna che dobbiamo eliminare le strutture frattali dal nostro ambiente, in una visione consumistica di un bene avulso dal contesto in cui si costruisce, mentre sarebbe utile adoperarle per progettare una nuova architettura che non stravolga il nostro modo di relazionarci col costruito consegnandoci finalmente degli edifici attuali rassicuranti, legati alla nostra cultura e al nostro concetto di Bello, e non al gusto del momento.

L’architettura attuale è glamour e si diffonde con logiche pubblicitarie per avere un ampio consenso nel mondo, minando i legami con le tradizioni e le tecnologie costruttive degli ambiti locali formatesi nel corso dei secoli, distruggendo così culture millenarie.

In una recensione su Il Tempo, 9 novembre 2008, si leggeva di Salìngaros: «E l’uomo che si batte contro le archistar, sostiene un’architettura che rispetti le strutture originarie dell’Urbanistica, che non stravolga le città e tenga conto della loro storia e della loro tradizione. Su Roma finirà con l’incidere non poco nelle scelte dei prossimi anni. Anzi, la sua influenza già si respira a pieni polmoni». Speriamo proprio di respirare finalmente… il ponentino.