«Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri!»: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro partono da questo assunto di san Pio X per ribadire la propria ortodossia e la propria vicinanza al Papa. Non bisognerebbe farselo dire: tutti i cattolici, infatti, dovrebbero al papa, al Vicario di Cristo, il rispetto dovuto al rappresentante di Dio in terra. Invece non è così: vari sono i testi che, negli ultimi mesi, hanno documentato i numerosissimi attacchi al Papa – a questo Papa, va aggiunto – e la loro strumentalità.
In questo agile volume (non a caso inserito nella collana “Avamposti” della casa editrice Vallecchi) il duo apologetico non si limita a ripercorre – e smontare – le accuse piovute (ma sarebbe più esatto dire: lanciate) addosso a Benedetto XVI, bensì cerca di dimostrare come esse facciano parte della strategia anticattolica di ogni tempo, ma in particolar modo della seconda metà del XX secolo. In una parola e senza ipocrisie: dal Concilio Vaticano II in poi.
Pensiamo un po’ ai provvedimenti tanto discussi di papa Ratzinger: il motu proprio Summorum Pontificum, la revoca della scomunica ai lefebvriani, la lettera-rimprovero ai vescovi del mondo, il discorso di Ratisbona, la firma in calce al decreto di beatificazione di Pio XII. Tutti interventi davvero “politicamente scorretti”. Ma allo stesso modo non certo “impopolari”: il popolo non viene particolarmente scosso dalla possibile interpretazione errata di un passo di una lettera di un imperatore bizantino, né si turba perché una scomunica viene rimessa o perché il prete celebra rovisto verso il tabernacolo… questo significa che la maggior parte di coloro che si sono stracciate le vesti per questa o quella decisione papale sono “fedeli” (o meglio, cattolici”adulti”), ben seguiti, poi, da una serie di personaggi che cattolici non sono: protestanti, atei, progressisti, abortisti, fautori dei diritti civili (cioè della liberalizzazione della droga e dell’equiparazione delle coppie omosessuali alla famiglia e via enumerando).
Ecco perché tanti odiano Benedetto XVI: perché questo Papa ha dissolto in maniera drastica, quasi brutale, il sogno che la Chiesa potesse essere assorbita dalla logica del mondo, e infine ridotta a insignificante agenzia filantropica. Si tratta di un’illusione che in molti coltivano da mezzo secolo, obiettivamente incoraggiati da alcune scelte e da certi atteggiamenti del mondo cattolico.
«La questione – scrivono Gnocchi e Palmaro – è facile da rappresentare: per circa duemila anni, la Chiesa ha custodito la sana dottrina, e ha reso presente nel mondo Gesù Figlio di Dio. E lo ha fatto attraverso la celebrazione dei sacramenti e annunciando il Vangelo ai quattro angoli della terra.  Questa diversità è stata per secoli anche la garanzia della sua autorità e della sua autorevolezza. Se infatti la Chiesa è solo un’istituzione umana fra le altre, si espone a essere trattata esattamente come ogni fenomeno storico. Se il Papa è solo una “autorità morale” fra le tante, può essere trattato nella migliore delle ipotesi come un capo di stato, o come un filosofo interessante. Ma poco alla volta sarà ritenuto meno “sacro” del Dalai Lama. Se per duemila anni la Chiesa ha resistito a onde d’urto ricorrenti che con il ferro e con il fuoco volevano spazzarla via dalla faccia della terra, ciò è frutto senza dubbio della Provvidenza. Ma, sul piano umano, anche di questa “diversità” costantemente rivendicata dalla Chiesa, questa capacità di non farsi risucchiare dal mondo, con le sue sirene di amicizia e con le sue promesse di collaborazione disinteressata».
Questo però – sottolineano gli autori – fino al fatidico Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha introdotto nel mondo cattolico un nuovo atteggiamento verso il mondo. “Aprirsi al mondo” è stato il refrain ricorrente fin dagli anni ’60: «infatti, se fino a oggi la Chiesa non è stata capita da molte anime, o addirittura è odiata da non poche persone, la colpa è nostra. Nostra e del nostro atteggiamento arcigno, dogmatico, rigido, chiuso, vecchio, polveroso. Ci vuole una nuova atmosfera, un nuovo clima di fiduciosa apertura al mondo, e il mondo si farà cattolico».
Insomma, è necessario rinnovarsi per essere competitivi, adattarsi al mondo a costo di tradire il mandato ricevuto da Cristo, rinnegare se stessi, rinunciare alla verità. In cambio, il plauso del mondo (e del suo Principe). Negli ultimi decenni tale tentazione è stata oggettivamente molto forte, anche perché molti fenomeni sociali come la liberazione sessuale, il Sessantotto, la secolarizzazione, la laicizzazione degli ordinamenti giuridici e degli Stati, il benessere diffuso sembravano aver decretato la fine inesorabile di un cattolicesimo chiuso nell’angolo, prigioniero dei suoi riti vecchi e superati, incamminato nella direzione opposta alla marcia inarrestabile del progresso e della modernità.
Da qui, il ritorno alla questione del modernismo. Ritorna ad affiorare il sostrato ereticale che da un secolo a questa parte, sotto varie forme e varie denominazioni – attacca la Chiesa, possibilmente dal proprio interno: il modernismo, «sintesi di tutte le eresie», secondo la definizione di San Pio X. Nella gerarchia ecclesiastica, l’annunciato trionfo del modernismo è rappresentato da quella sorta di “8 settembre dottrinale”, di un rompete le righe dell’ortodossia, che permetta a tutti di poter stare nella Chiesa come più piace. «È arrivato Benedetto XVI, e per molti è stato come sentirsi dire: ragazzi, la ricreazione è finita». La festa è finita, insomma: si deve tornare a lavorare…
Ecco spiegati i “rimproveri” al Papa, i lamenti in nome di “un altro papa non si sarebbe comportato così”, le definizioni di “giorno di lutto” da parte di qualche vescovo per la decisione di ripristinare la messa tradizionale, il sostanziale avallo di tanti cattolici alle accuse di pedofilia nella Chiesa – accuse vere, ma che hanno “stranamente” aspettato venti e più anni per essere scagliate…
In tutto questo caos, ecco spiegata l’anarchia che vige in tante parrocchie, l’ignoranza in cui versano molti catechisti, più attenti a spiegare l’ecologia che la religione, ecc.; per fortuna Gnocchi e Palmaro ci salvano dalla depressione chiudendo il loro testo con un denso “Manuale del perfetto papista” che sintetizza in dieci brevi capitoletti quali sono le regole da seguire per evitare di trasformarsi in cripto-protestanti: tra queste, soprattutto quella di “Ricordarsi che il Papa è più importante di qualunque conferenza episcopale” e di “Ricordarsi che il Papa è più importante di qualunque teologo, di qualunque intellettuale, di qualunque biblista”. Soprattutto se è un insigne teologo come Benedetto XVI.