Se Ippolito Nievo è noto come autore de Le confessioni di un italiano, meno noto è come uomo e soldato (partecipò alla spedizione di Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie). Ma ancor meno nota è la sua fine. Ma andiamo con ordine: durante l’impresa garibaldina fu nominato viceintendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’esercito meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi. Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un Rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza. Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.

E veniamo al punto, ottimamente ricostruito da Glori che si è avvalso di materiale di archivi militari: Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1860; a bordo c’erano 80 persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il viceintendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico, e non comprese il criptico messaggio dell’annunciato disastro. Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica. La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.

La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli. Scritto con rigore di studioso, ma affascinante come un “giallo”, il saggio contribuisce a dare una nuova luce sugli aspetti meno noti del Risorgimento italiano, al cui 150° anniversario stiamo avvicinandoci forse senza un adeguato approccio critico.