Il corpo di Padre Jerzy Popieluszko venne ritrovato il 30 ottobre 1984 nelle acque della Vistola. Aveva 37 anni ed era considerato da tutti il cappellano di Solidarnosc. Dimenticata per anni, la sua storia – che testimonia a un tempo il sacrificio individuale per la verità, la dignitosa fermezza di un popolo vessato da anni di totalitarismo e il volto criminale del regime comunista polacco – riemerge precisa e tragica nel film Popieluszko.  La vita di Padre Jerzy entra di diritto nella rosa delle biografie straordinarie del novecento.

Il film di Rafal Wieczynski – che sul “Servo di Dio” (titolo che la Chiesa Cattolica assegna dopo la morte a persone che si sono distinte per santità di vita o eroicità delle virtù) aveva già realizzato il documentario I vincitori non muoiono – ripercorre passo dopo passo la vita del cappellano, dall’infanzia nelle campagne di Okopy (dove Popieluszko, figlio di contadini, era nato nel 1947) al servizio militare obbligatorio presso l’unità di Bartoszyce, riservata ai seminaristi, dal trasferimento a Varsavia sotto le cure spirituali di Padre Teofil Bocucki all’attività pastorale in seno al neonato sindacato libero degli operai polacchi (Solidarnosc), con cui condivise speranze e scoramento, aneliti e lotte, divenendone alla fine simbolo di libertà e rettitudine.

Troppo scomodo per il regime, che già nel 1981 aveva introdotto nel Paese la legge marziale e finito per praticare l’eliminazione sistematica di tutti gli avversari: padre Jerzy non fu né il primo né l’ultimo, ma era considerato tra i più pericolosi. «Senza per questo aver mai oltrepassato le sue competenze di sacerdote – sottolinea Padre Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia – o aver ridotto la Chiesa e il suo messaggio a strumento di lotta politica. Il suo era davvero il vangelo dell’amore, incentrato sulla salvaguardia della dignità umana. Infondeva coraggio ai fedeli, non sobillava rivoluzioni».