«La Storia, contrariamente all’immagine idilliaca o romanzata che in genere si ha di essa, non è una disciplina innocua. Ogni ricerca storica seria ossia, per quanto possibile, esente da pregiudizi e da a priori, e condotta sulla base del maggior numero di fonti disponibili, senza operare una selezione fra esse, ma assegnando loro una gerarchia di valore in rapporto alle rispettive finalità – insomma, ogni ricerca effettuata con coscienza e rigore crea sempre scompiglio. Infatti di solito questo tipo di storia mette in discussione le immagini preconfezionate del passato, le tradizioni e le valutazioni relative a questo o quel periodo, le opinioni e, talora, le ideologie – e così facendo suscita turbamenti, polemiche, contestazioni. Ciò è accaduto con tutte le grandi opere storiche, e il libro che oggi presentiamo non farà eccezione».

Così scrive Jacques Ellul nella sua introduzione a questo saggio – particolarmente profondo e documentato, diverso dai pamphlet che Bat Ye’or aveva finora pubblicato in Italia – in cui la conquista islamica è descritta come è realmente avvenuta: all’insegna del jihad e della shari’a, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano.

Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e negli sterminati territori dell’antica Persia vennero sottomesse dagli arabi (nei secoli VII e VIII) e dai turchi (circa quattro secoli dopo), divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, privi di diritti e oggetto di una “protezione” (dhimma) che pagavano lautamente. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni?

Come è possibile spiegare un’espansione dell’Islam così rapida e una sua penetrazione così profonda in Paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Che cosa travolse e riplasmò società evolute e articolate, sotto il profilo politico, giuridico ed economico? E perché per lungo tempo la dhimmitudine è stata rimossa o negata nei Paesi occidentali che hanno spesso preferito esaltare la presunta tolleranza dell’Islam?

Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, ancora insufficientemente nota, Bat Ye’or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione (in alcuni casi fattiva e consapevole, in altri fondata su tragici malintesi) di élites civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire. Mentre la ummah unificava il suo enorme potenziale militare, demografico ed economico, i popoli non musulmani si dividevano in nome di settarismi ideologici o all’insegna di un pragmatismo utilitaristico che li portarono prima a una resa culturale e poi all’estinzione. Inoltre i Paesi dell’Occidente, quasi sempre ostili gli uni agli altri a causa dei contrapposti interessi strategici, hanno a lungo preferito ignorare (o hanno cercato di strumentalizzare) questo inquietante fenomeno storico.

Ma la storia, ci ricorda Bat Ye’or, è essenzialmente magistra vitae: la dhimmitudine è infatti un motore decisivo della storia anche oggi. Di fronte a un islam che ha ripreso la sua guerra, lo studio del passato serve a capire il presente, smaschera verità di comodo e pone interrogativi di inquietante attualità: stiamo forse assistendo al progressivo assoggettamento dell’Europa?