Un testo teoretico, ma che parte da gravi problemi concreti, è quello del filosofo statunitense Lee Harris: infatti, nonostante affronti un tema generale come quello della decadenza della civiltà occidentale, esso è strettamente correlabile al problema della Turchia in Europa. Il motivo della debolezza europea (non solo della classe dirigente, acquiescente ai voleri dei cosiddetti “poteri forti”, ma anche quello della gente comune) consiste nella nuova mentalità della società occidentale: essa, vittima della modernità, pone il successo materiale al vertice dei propri valori; ne consegue che i padri insegnano ai propri figli a giudicare tutto in base al successo economico e, di conseguenza, a disprezzare i principi insiti nelle radici cristiane che hanno permesso la nascita della nostra civiltà.

Ma questo avviene solo nell’Occidente. Nell’Islam, al contrario, si mantengono le proprie radici fino all’estremo, tanto da essere educati a saper affrontare addirittura la morte, pur di mantenere la intatta la propria identità culturale. E di imporla al resto del mondo. Ciò dovrebbe spaventare gli occidentali e far comprendere i rischi di una invasione culturale dai Paesi islamici.

Invece, abbacinati da valori distorti, mossi solo dal consumismo, certi che la cultura del frigorifero pieno e del televisore a schermo piatto conquisterà anche i fanatici islamici, una volta venuti a contatto con il “migliore” modus vivendi, gli europei non sempre si rendono conto che l’edonismo imperante non riuscirà a conquistare (ma sarebbe meglio dire corrompere) i nuovi invasori.

Lee Harris affronta l’argomento dal punto di vista filosofico, allontanandosi dalle problematiche politiche in senso stretto (l’agenda che vuole portare la Turchia in Europa), ma senza mai staccarsi dalla concretezza del problema. Al contrario, paventa un ritorno, in Occidente, di quello che definisce “fanatismo della Ragione” (con la maiuscola, sulla scorta di quanto accadde durante la Rivoluzione Francese): un basarsi esclusivamente su principi astratti senza rendersi conto delle situazioni reali.

Figlia di tale fanatismo della Ragione è anche la cultura del carpe diem, che impedisce di progettare un futuro saldamente basato su valori eterni, quelli che ci hanno fatto superare la barbarie per giungere a costruire la civiltà della cattedrali. Il carpe diem impedisce di comprendere i rivolgimenti socio-politici perché si basa su una rinuncia alle proprie radici culturali, nella fattispecie quelle cristiane.

Con la conseguenza immediata che, di fronte ad un gravissimo pericolo gravido di conseguenze come quello dell’incombente “invasione” turca, si alzano le spalle ripetendo incoscientemente: «Europa capta capiet ferum victorem». Ma il vincitore islamico non sarà attratto dalla nostra cultura (che poi in questa società decadente si identifica con – e si limita alle – comodità), come oltre un millennio di storia ci ha ampiamente insegnato.