Sbrigativamente liquidata come una questione puramente “formale” o “di lingua”, la valorizzazione della liturgia tradizionale è un punto che da decenni investe la Chiesa: già prima del Concilio Vaticano II, infatti, alcune frange progressiste, supportate da una cultura laica e laicista (la stessa che adesso attacca il motu proprio Summorum Pontificum), chiedevano una traduzione del messale. Si arrivò al nuovo messale, che però non si limitò a tradurre quello precedente, ma lo modificò completamente, tra l’altro abolendo di fatto il latino (ma non, stranamente, le parti in greco e in ebraico, quasi che ai fedeli fosse più comprensibile il significato di “Kyrie eleison” che di “Deo gratias”).

Roberto de Mattei ripercorre le vicende che portarono al cambiamento, sottolineando come i primi avversari dell’uso del latino siano sempre stati i protestanti, nemici di quella visione “verticale” (simbolizzata anche e soprattutto dall’altare tradizionale) e favorevoli ad una visione “orizzontale” (che trova un suo corrispettivo nell’altare moderno, mutuato dalla tavola eucaristica luterana – ma l’intero Novus ordo Missae nacque per favorire una forma di incontro liturgico con i non cattolici, riuscendo, di fatto, solo  provocare una frattura interna al cattolicesimo): una visione “orizzontale” che ha quasi necessariamente consentito una serie di abusi che sarebbero stati impensabili con il vecchio rito.

Sono i risultati della “svolta antropologica” della nuova teologia, quella che preparò il Vaticano II e ne gestì l’applicazione. È l’inversione del rapporto tra lex credendi e lex orandi (in una visione corretta, è quest’ultima a dover discendere da quella e non viceversa), è la desacralizzazione del rito – che passa necessariamente attraverso l’abolizione del latino – con la colpevole rinuncia a ogni forma di trascendenza che ha gli stessi presupposti dell’apertura a sinistra che non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì la migrazione dei cattolici verso il comunismo.

Certo, il nuovo rito è più comprensibile: ma dato che la messa non è una conferenza o uno spettacolo, l’importante è comprendere l’essenza (e non la forma) del sacrificio eucaristico e parteciparvi interiormente e non mediante canti o gesti esteriori.