La violenza politica è esistita da sempre: eppure nell’ultimo secolo ha assunto un carattere particolare. E non solo per la quantità, ma soprattutto per le motivazioni che hanno portato alla carneficina di milioni di persone. I massacri perpetrati nel Novecento dai principali movimenti totalitari – nazismo e comunismo – sono stati infatti motivati come tentativo di salvezza: per la razza germanica nel primo caso, per l’intera umanità nel secondo. Ma, mentre il nazismo ha avuto poco tempo a disposizione e ha concentrato i suoi sforzi verso ebrei e pochi altri, il comunismo è durato molto più a lungo.

Esiste quindi un’enorme sproporzione numerica nei massacri delle due ideologie; ad esempio, dati alla mano, notiamo che la resa dei conti della notte dei lunghi coltelli, in cui le SS eliminarono i comandanti delle SA, causò circa 800 morti: un’inezia rispetto alle purghe staliniane. La stessa temibile Gestapo arruolava circa 45.000 uomini per controllare una superficie pari a tre quarti dell’intera Europa: vale a dire un decimo del mezzo milione di effettivi che lavoravano per la polizia segreta della Germania democratica, la Stasi, che si occupava esclusivamente dei propri concittadini. Ancora: la volontà autodistruttiva di Hitler era una paranoia di carattere personale; la necessità di “perpetuare la rivoluzione”, cioè di sostituire in continuazione e violentemente la classe dirigente, non era invece una velleità di Stalin, ma un’esigenza della stessa ideologia bolscevica.

Eppure, mentre l’ormai lontano nazismo è oggetto di costante esecrazione, il comunismo, pericolo gravissimo ed ancora attuale, gode di una generale amnesia e della conseguente amnistia. Alain Besançon, storico e membro dell’Institut de France, compie un interessante tentativo di analisi da un punto di vista sociologico-religioso, in particolar modo analizzando il rapporto dei due totalitarismi con il cristianesimo e l’ebraismo. Il cambio di prospettiva (politico-religiosa anziché politico-economica, secondo la classica chiave interpretativa marxista) permette di comprendere meglio sia lo svilupparsi demoniaco (Besançon non ha paura di affermarlo a chiare lettere) dell’opera di Hitler, Lenin, Stalin, Mao, Pol-Pot etc., sia il diverso atteggiamento riservato dai nostri contemporanei ai due “gemelli eterozigoti” (memoria esasperata per il nazismo, amnesia e sostanziale perdono per il comunismo).

Oltre a un elemento importantissimo come l’eliminazione delle élites nei regimi comunisti, che in Europa hanno dominato per circa mezzo secolo, non avvenuta invece in Germania, dove il nazismo ha governato solo una dozzina di anni, è fondamentale il rapporto con l’ebraismo e la Shoah, divenuta “unica” rispetto ad altri genocidi precedenti o successivi (dalla Vandea agli Armeni in Turchia, dall’Holodomor in Ucraina – 7 milioni di morti nel periodo 1935-37 – ai massacri tribali nell’Africa post-coloniale) e pietra di paragone imprescindibile per elaborare un senso di colpa che attacca più la breve dittatura hitleriana che il lunghissimo terrore bolscevico.