Il ’68, non fu una “rivoluzione mancata”, come amano invece sottolineare i protagonisti che a quarant’anni di distanza iniziano a prenderne le distanze, non potendo negare gli sfaceli da esso causati; esso fu bensì la fase necessaria del processo rivoluzionario partito secoli prima che tendeva all’appiattimento sociale e morale: in altre parole, nessuna gerarchia e, di conseguenza, nessun limite alle passioni ed agli istinti, di fatto abbassando l’uomo al rango di una qualsiasi altra bestia.

Fondamentale fu il ruolo di una istituzione culturale, la cosiddetta “Scuola di Francoforte”, di impostazione dichiaratamente marxista, i cui più noti esponenti furono Eric Fromm, Theodor Adorno, Herbert Marcuse e Wilhelm Reich: essi teorizzarono una “controcultura” che sarebbe sfociata nelle rivoluzioni sessuale, psichedelica e musicale. Distruzione della famiglia naturale, esaltazione dell’uso degli stupefacenti, fascinazione per le religiosità orientali (quasi sempre non comprese nella loro reale essenza), pacifismo e lotta contro i classici canoni estetici. Il tutto sintetizzato nel motto “sesso, droga e rock and roll” e contrabbandato come “liberazione”. È ovvio, a questo punto, che il nemico principale sia la Chiesa.

Il volume ha il pregio tipico delle opere di Corrado Gnerre, apologeta e studioso di storia delle religioni (per tutte, ricordiamo il recentissimo La verità sul “caso Galilei”, richiedibile allo 349.5498571 o scrivendo a [email protected]): uno stile semplice, adatto anche ai non addetti ai lavori, pur all’interno di una rigorosità scientifica e di «un approccio non meramente storico e sociologico, ma assiologico e valutativo ai problemi presi in esame», come scrive Roberto de Mattei nella sua prefazione.

Il lavoro è chiuso da un “florilegio” di scritte comparse sui muri della Sorbona nei giorni più duri della contestazione studentesca. Ne scegliamo due: il motto pacifista «L’umanità sarà libera quando l’ultimo capitalista sarà impiccato con le budella dell’ultimo burocrate» e l’apparente calmo, in realtà estremamente inquietante, «Mai più Claudel» che evidenzia come i rivoluzionari avessero perfettamente compreso la funzione fondamentale della letteratura nella lotta controrivoluzionaria.