«Se questo è un uomo è il racconto della disperazione, il Diario clandestino quello della speranza». Così Alessandro Gnocchi sintetizza la differenza tra due resoconti di prigionieri nei lager tedeschi: quello di Primo Levi ad Auschwitz e quello di Giovannino Guareschi a Dora, nei pressi di Buchenwald.

Anche nel diario completo dell’autore di Mondo piccolo, uscito adesso per la prima volta, è presente lo spettro della fame, ma a suo fianco persiste l’onore («mi sono abituato a dire “no” ai tedeschi, continuerò a dirlo agli alleati», sostiene con fierezza dopo la liberazione), la volontà di riscatto e la pietas: nonostante le proprie miserie, le umiliazioni ed il dolore patito, il prigioniero Guareschi riesce a provare ancora sincero orrore di fronte all’inutile ferimento di un bambino oppure alla lugubre esposizione di Mussolini, della Petacci e degli altri gerarchi a piazzale Loreto. E se perde la pazienza, questo capita solo quando viene torturato, a guerra finita, dalla promessa di un rimpatrio continuamente rimandato (tornerà a casa solo cinque mesi e mezzo dopo la liberazione).

Per il resto, il periodo della deportazione nel lager di uno dei più interessanti scrittori italiani del dopoguerra conferma la sua grandezza umana: nella “Lettera a mio figlio” che precede il diario egli spiega quale fosse la situazione dei militari italiani al momento dell’8 settembre; e lo fa con il suo stile, ironico ma partecipe, potendo sostenere di aver attraversato la guerra riuscendo a non odiare nessuno.

Giorno dopo giorno lo scrittore annota il tempo, le notizie principali, le numerose “f” che indicano la fame sofferta (alla fine della guerra, con il campo abbandonato dai tedeschi, anche 20 di fila!), le svariate attività culturali (assieme a lui erano internati alcuni musicisti e soprattutto un altro ufficiale, ben più celebre come attore: Gianrico Tedeschi) organizzate per continuare a sentirsi “uomini vivi”.

Guareschi non avrebbe voluto pubblicare questo volume: ne dette alle stampe solo un estratto nel 1949 (il Diario minimo) ritenendo, probabilmente a ragione, che il lavoro completo avrebbe inacerbito gli animi. Recuperato rocambolescamente (lo stesso autore aveva affermato di averlo distrutto, ma in realtà aveva usato il retro delle uniche due copie battute a macchina come fogli di brutta per i suoi famosi racconti di don Camillo e Peppone) il Diario viene ora presentato corredato, dove possibile, dei disegni originali, che con la loro leggerezza dimostrano ancora una volta lo spirito di sincera speranza cristiana che animava Guareschi anche in un luogo dove altri non riuscivano a vedere la presenza di Dio.