In un’intervista all’Agenzia Fides, mons. Crepaldi, Segretario del Consiglio Pontificio Giustizia e Pace, ha dischiarato che «La Chiesa non ha mai avallato le forme radicali e ideologiche dell’ecologismo, per due ragioni. Anzitutto, perché esse subordinano l’uomo a una pretesa centralità della natura. Inoltre, certe forme radicali di ecologismo rischiano di bloccare lo sviluppo, e soprattutto di rimettere in discussione il diritto allo sviluppo dei paesi poveri. È una questione molto seria oggi.

Occorre sempre distinguere tra lavoro scientifico e sfruttamento ideologico del lavoro scientifico, altrimenti si rischia di sfociare in una visione dell’uomo e della natura che si rivela contro l’uomo e contro la natura (…) Il rischio reale è che la salvaguardia della creazione sia affrontata in termini di business, e unicamente in questi termini, con lancio pubblicitario o gestione d’affari che non hanno nulla a che fare con la salvaguardia della natura, ma che sono legati ad un’economia a carattere mafioso».