Nell’edizione del 18 luglio scorso del settimanale Jewish Press, il più diffuso settimanale ebreo degli Stati Uniti, il rabbino Yerachmiel Seplowitz è intevenuto con un editoriale a difesa della decisione del Papa di promulgare il Motu proprio “Summorum Pontificum”, sull’uso regolare della vecchia modalità del Rito Romano e anche del successivo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’unicità e pienezza della Chiesa Cattolica come Chiesa di Cristo.

Seplowitz è chiaro nel dire che lui non condivide, né può condividere, le premesse dottrinali del Papa, ma trova assurdo gli si chieda di non fare «dichiarazioni non ambigue su quello che crede». Così come sarebbe, aggiunge, un controsenso che sia la religione ebraica a stabilire come i cattolici devono pregare. Se si stabilisse una sorta di principio di reciprocità, pensa Seplowitz, sarebbe anche la fine della loro religione laddove essa prega, d’accordo alla Torah, perché i gentili smettano di adorare idoli. «Dobbiamo permettere al Vaticano dettare cosa dobbiamo dire nelle nostre preghiere?», si chiede.

Lasciando ben chiaro che egli non si oppone, anzi stimola, il dialogo con i cristiani e i cattolici su un vasto ventaglio di argomenti, Seplowitz si complimenta con il Papa per parlare di differenze non conciliabili nelle questioni dottrinali, perché neppure noi «possiamo pretendere che quelle differenze non esistono».