Ai nostri giorni, alcune ideologie pretendono che la salvezza della umanità consista nel tornare alle radici utopistiche dell’età moderna; inoltre alcune correnti cristiane pretendono che la Chiesa debba rinnovarsi tornando alle proprie supposte origini utopistiche. Il professor Gnerre, studioso delle religioni e nostro collaboratore, ha scritto questo volumetto per smentire tali errate e pericolose convinzioni e ribadire, come dice il sottotitolo, l’incompatibilità tra utopia e giudizio cristiano.

Difatti il Cristianesimo ammonisce che l’uomo, creato da Dio ma corrotto dal Peccato Originale, può riscattarsi solo collaborando all’opera redentrice di Gesù Cristo, e che guarirà del tutto solo nell’aldilà, nella beata eternità del Paradiso; invece l’utopia pretende che l’uomo, nato buono per natura ma corrotto dalla società, può redimersi con le proprie forze promuovendo una rivoluzione (politica o culturale o tecnologica) che in un futuro imprecisato ripristinerà il paradiso terrestre. Insomma, l’utopismo è un idealismo degenere che, rifiutando la natura delle cose e le esperienze della storia, pretende di ricominciare tutto daccapo e di adattare l’uomo a fantasie e a desideri irrealizzabili.

L’utopia è ben anteriore all’età moderna, ma è connessa alla modernità intesa come valore, ossia come epoca redentrice che risolverà tutte le contraddizioni della condizione umana creando un “uomo nuovo”. Ciò presuppone che la natura umana sia incorrotta, onnipotente e perfettibile: ad esempio, che l’intelligenza possa conoscere e programmare tutto, che la volontà possa decidere e realizzare tutto. Ne deriva la pretesa di liberare l’uomo dai condizionamenti della natura, della società e della storia, grazie ad una rivoluzione politica che in realtà gl’impone un condizionamento ben maggiore: quello di un potere totalitario al quale tutto viene permesso, in quanto ha il compito di dirigere tutti gli aspetti della vita, anche quelli più privati.

Alla rivoluzione utopistica, Gnerre contrappone il “riformismo” cristiano, secondo il quale l’uomo va continuamente e pazientemente curato nella sua condizione decaduta e rieducato alla vita etica e civile, soprattutto grazie a quel potente fattore di moralità e di civiltà che è la Religione. Solo in questo modo l’uomo, facendo tesoro delle lezioni della natura, della società e della storia, può realizzare la propria originaria vocazione, ossia il progetto che Dio ha su di lui.