In un articolo sul Sunday Times, intitolato Lasciateci uccidere i bambini disabili, l’associazione dei ginecologi inglesi, il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology avanzava l’orribile proposta, che si innesta su un ragionamento paradossale, che parte da una constatazione condivisibile: in Gran Bretagna si fanno troppi aborti tardivi, ed è urgente una strategia per limitarli.

Cosa fare, allora? Chiedere più aiuti per le famiglie? Più strutture di assistenza per i piccoli con gravi problemi fisici o psichici? Una legge che vieti la barbara pratica dell’aborto a gravidanza avanzata? No, la soluzione individuata dai medici è la più radicale e sorprendente: l’eutanasia attiva.

Se una donna fin dall’inizio sa che in caso di disabilità il neonato si può sopprimere, forse sarà incoraggiata a rischiare, e a portare avanti una gravidanza non del tutto sicura.

Non si tratta di una trovata giornalistica, di un dibattito che si esaurisce sulla carta stampata. Il Royal College ha fatto passi concreti perché il tema sia discusso ufficialmente, inserendolo in un’inchiesta sui problemi etici che riguardano gli interventi per la sopravvivenza dei neonati. Naturalmente Pieter Sauer, uno degli estensori del protocollo di Groningen - il testo con cui si sono stabilite le nuove linee guida per l’eutanasia neonatale in Olanda - offre il suo entusiastico sostegno alla proposta dei medici inglesi.