Minas al-Youssifi, presidente del Partito Cristiano Democratico iracheno, ha fatto un viaggio in Europa per denunciare la grave situazione dei cristiani nel suo Paese, sottoposti a vessazioni dalle milizie islamiche e non difesi dal governo in carica. «Siamo un milione di persone – afferma il presidente – ma, se il mondo non interviene, tra un paio d'anni saremo praticamente scomparsi. (...) Soprattutto negli ultimi sei mesi, i cristiani sono stati costretti ad abbandonare le proprie case per rifugiarsi al nord del Paese. (...) Da tempo chiediamo al regime di fermare le minacce e gli abusi subìti dalle nostre comunità; ma non c'è legge oggi in Iraq, non c'è un'amministrazione né un governo unito».

Il conflitto tra sunniti e sciiti ha peggiorato la situazione, in quanto viene alimentato dal governo iraniano per ingerirsi negli affari interni iracheni: «Teheran sta perseguendo una propria agenda ben definita in Iraq, e una parte del regime iracheno non fa che eseguire quello che Teheran ordina. E' una situazione inammissibile e molto pericolosa, perché minaccia l'unità della popolazione irachena e rischia di destabilizzare l'intera regione mediorientale. Per questo la comunità internazionale deve fermare Teheran».

Analoga analisi emerge dalle dichiarazioni del politologo iracheno Joseph Yakoub, docente all'Università Cattolica di Lione. «Per limitarsi all'Iraq, si parla dell'esodo di quasi la metà della popolazione (cristiana, n.d.r.) dopo l'offensiva militare americana; circa mezzo milione di cristiani potrebbero essere fuggiti dal caos iracheno dopo il 2003. (...) E' normale che le comunità cristiane siano più inquiete che mai. La tentazione di partire cresce, anche se non credo che la diaspora sia la vera soluzione, dato che così si rinuncia alla testimonianza sul posto, nella terra dei primi Padri della Chiesa».