Agostino e Giuseppe Lémann erano gemelli nati nel 1836, ebrei francesi convertiti al Cattolicesimo e ordinati sacerdoti, diventati poi amici di Pio IX e consulenti del Concilio Vaticano I. Si tratta di due figure particolari per lungo tempo dimenticate, ma che oggi vengono riscoperte a partire dalla Francia per il loro contributo alla storia dell’ebraismo e dei suoi rapporti col Cristianesimo.

Il processo di Gesù ha valore emblematico. Per questo risulta sempre attuale un testo come questo, che vuol fare chiarezza su alcuni punti cruciali della condanna a morte di Gesù da parte del Sinedrio. Gli autori evidenziano che il processo e la conseguente condanna del Messia furono del tutto illegali in quanto presentarono un gran numero d’irregolarità giuridiche: essi contano almeno 27 deviazioni rispetto alla legislazione penale e processuale allora vigente presso il popolo ebraico.
È poi davvero paradossale il comportamento del Sinedrio, che non assolse Gesù per motivi politici, come fece Pilato, né lo liquidò come un pazzo, come fece Erode, bensi lo condannò per motivi religiosi, dopo averlo implicitamente riconosciuto come Messia e tuttavia avendone rifiutato la regalità.

I Lémann presentano anche una critica alla tesi tradizionale secondo cui, per salvare il mondo, era necessario che il Messia morisse mediante cruenta espiazione. Appare ammissibile anche la tesi secondo cui, per cancellare il Peccato originale, sarebbe bastata l’incarnazione con le normali sofferenze legate alla vita terrena, mentre la Passione e Morte non sarebbero stati fattori necessari.
Queste due posizioni danno diverso rilievo al mistero della posizione del Popolo Eletto verso il Messia. Il singolare testo dei Lémann fornisce, in ogni caso, elementi interessanti per la ricostruzione dei fatti storici e del loro significato teologico.