Radici Cristiane

Diretto da Roberto de Mattei

L’Italia fra rischio e speranza

Dopo le elezioni del 9 aprile, l'Italia è un Paese in bilico, esposta alla possibilità di una rinascita, ma anche di rovinose cadute. Il rischio è quello di precipitare nel caos, che non è solo l'ingovernabilità politica, ma è soprattutto lo sgretolamento del tessuto sociale e morale.

Per evitare il pericolo della disintegrazione morale, non basta autodefinirsi "Unione" e neppure imboccare la strada di impossibili intese e convergenze. Solo l'identità e i valori tradizionali di un popolo possono costituire il suo cemento unificatore. È questa la strada indicata da Benedetto XVI nel suo Discorso ai rappresentanti del Partito Popolare Europeo del 30 marzo 2006. Il Papa richiama l'esistenza di «principi che non sono negoziabili», individuandone alcuni:

«la tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e la sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che in realtà la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione; la tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli».

Questi principi appaiono invece chiaramente "negoziabili" nel programma dell'Unione che lascia prevedere la liberalizzazione della droga, il riconoscimento delle unioni omosessuali, la legalizzazione della pillola RU486 e di altri strumenti abortivi, l'abrogazione della legge 40 sulla fecondazione artificiale, l'approvazione dell'eutanasia e del suicidio assistito, il rifiuto di ogni aiuto alla scuola privata, ma soprattutto la riduzione della religione alla sfera puramente individuale, senza alcuna proiezione pubblica sulla società.

Quest' ultimo punto è quello realmente centrale. Lo zapaterismo verboso e iconoclasta di partitini come "La Rosa nel Pugno", è stato infatti pesantemente ridimensionato dalle urne; ma più pericoloso ancora è lo zapaterismo strisciante di chi non attacca pubblicamente la religione e la Chiesa, ma punta ad eliminarne di fatto il molo nella società.

Sabato 8 aprile, incontrando i giovani di Roma e del Lazio, Benedetto XVI ha affermato che «la grande sfida del nostro tempo è il secolarismo: cioè un modo di vivere e di presentare il mondo come se Dio non esistesse».

Ai teologi e ai politici della unione che propongono la fede religiosa sul piano puramente individuale, comportano pubblicamente come se Dio esistesse, Benedetto XVI con un appello di segno diametralmente opposto: è necessario comportarsi, "come se Dio esistesse", riconoscendo l'influsso Chiesa e della religione nella vita pubblica.

La Chiesa ha infatti una missione civilizzatrice, che consiste nel cristianizzare la società, mettendo radici profonde nella cultura, nelle arti,  nei costumi, nelle istituzioni. Le radici cristiane della società, prima di essere negate dal Trattato istituzionale europeo del 2004, sono state estirpate, nel corso dei secoli, da un processo di secolarizzazione che il Magistero della Chiesa ha definito "Rivoluzione".

La forza propulsiva di questo 'processo, lucidamente descritto da acori contro-rivoluzionari come Plinio Correa de Oliveira, sta in un lungo sistema di cause e di effetti che muovendo dalle zone più profonde dell'anima hanno allontanato da Dio la vita e i costumi dell'uomo occidentale. L'esito è stato il totalitarismo del Novecento, che ha avuto le sue espressioni gemelle nel comunismo e nel nazismo.

Il neo-secolarismo che ci minaccia si pone in linea non di frattura, ma di continuità con il totalitarismo del XX secolo perché, come quello, mira a trasformare la stessa natura dell'uomo, distruggendo le comunità e le istituzioni in cui egli si sviluppa e vive, a cominciare dalla famiglia, prima cellula naturale della società.

Il secolarismo comporta un programma di vita che implica un rigoroso materialismo e un altrettanto radicale relativismo e costituisce un fattore di disunione e di anarchia sociale. Esso è per sua natura divisivo, perché conduce ad un politeismo di valori, ad una frammentazione di ideologie e di visioni del mondo, e alla conseguente discriminazione civile di chiunque ad esso si opponga.

In questo senso il secolarismo ha una natura totalitaria, anche se si tratta di un totalitarismo diverso da quello tradizionale, perché sostituisce la violenza fisica con quella morale. Il suo principio fondativo può essere riassunto nella formula: "l'unica verità che si possa asserire con certezza è che non esiste alcuna verità". Ma nelle sue encicliche Centesimus annus (n. 44) e Veritatis Splendor (n. 99), Giovanni Paolo II ha spiegato come «il totalitarismo nasce dalla negazione della verità nel senso oggettivo del termine; se non esiste verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la propria piena identità, non esiste nessun principio certo per garantire i giusti rapporti tra gli uomini».

Quando Benedetto XVI parla di principi non negoziabili, indica invece una strada che porta non alla divisione, ma alla ricomposizione della trama organica della società. I principi a cui il Papa si riferisce, «sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità». Ciò che è comune non a un partito o ad un Paese, ma all'umanità intera, ha un ovvio potere aggregante.

Nella difesa e nella promozione dei "principi non negoziabili", il popolo italiano può trovare una vera unione e, in essa, quella possibilità di rinascita che può fondarsi solo su quelle grandi certezze culturali e morali che garantiscono i giusti rapporti tra gli uomini.

Lettera del Mese

Ho letto recentemente di molti intellettuali e uomini di cultura, che, una volta convertitisi, hanno molto amato la preghiera del Rosario. Mi ha particolarmente colpito la storia della poetessa Ada Negri. Ho letto che ella era solita regalare Rosari agli amici. Eppure io ho sempre pensato che il Rosario fosse una pratica più legata al mondo dei semplici che dei colti. Voi che ne pensate?...

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