«L’Occidente è in crisi. Attaccato dall’esterno dal fondamentalismo e dal terrorismo islamico, non è capace di rispondere alla sfida. Minato dall’interno da una crisi morale e spirituale, non trova il coraggio per reagire. Ci sentiamo colpevoli del nostro benessere, proviamo vergogna delle nostre tradizioni, consideriamo il terrorismo come una reazione ai nostri errori.

L’Europa è ferma. Continua a perdere natalità, competitività, unità di azione sulla scena internazionale. Nasconde e nega la propria identità e così fallisce nel tentativo di darsi una Costituzione legittimata dai cittadini. Determina una frattura con gli Stati Uniti e fa dell’antiamericanismo una bandiera.

Le nostre tradizioni sono messe in discussione. Il laicismo o il progressismo rinnegano i costumi millenari della nostra storia. Si sviliscono così i valori della vita, della persona, del matrimonio, della famiglia. Si predica l’uguale valore di tutte le culture. Si lascia senza guida e senza regola l’integrazione degli immigrati.

Come ha detto Benedetto XVI, oggi “l’Occidente non ama più se stesso”. Per superare questa crisi abbiamo bisogno di più impegno e di più coraggio sui temi della nostra civiltà».

Con queste parole, che meritano di essere citate per intero, si apre il Manifesto per l’Occidente promosso dal Presidente del Senato Marcello Pera e firmato da parlamentari, uomini di studio, responsabili di associazioni e riviste, tra cui la nostra “Radici Cristiane”.Il significato di queste parole va ben al di là della campagna elettorale, ancora in corso mentre scriviamo, e proietta una serie di profondi interrogativi riguardanti le radici e i fondamenti della nostra civiltà occidentale e cristiana.

I popoli dell’Occidente si trovano oggi a vivere qualcosa di simile a quanto accadde nell’antichità, nel periodo del tardo Impero Romano. Chi conosce la storia romana non può non essere colpito dalle profonde analogie tra la situazione in cui oggi versa l’Occidente e quella dell’Impero Romano tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

Mentre il Cristianesimo affiorava dalle catacombe, la società romana era immersa nel relativismo intellettuale e nell’edonismo pratico. Popoli barbari premevano ai confini di un vasto Impero che dalla Britannia arrivava all’Africa Settentrionale e al mar Caspio.

Le migrazioni barbariche in questo periodo conobbero diverse fasi: in una prima fase, singoli individui e gruppi di barbari entrarono in gran numero, ma alla spicciolata, nei territori dell’Impero, attratti dall’alto tenore di vita e dal fascino della cultura romana.

In una seconda fase, popoli interi si stanziarono all’interno del limes romano, con l’autorizzazione degli imperatori, che li accolsero come fœderati, pensando in questo modo di neutralizzare l’aggressività. Si aprì infine la terza fase, tra la fine del IV secolo e la caduta dell’Impero Romano (476) in cui i barbari dilagarono armati fino a raggiungere il cuore dell’Impero.

Roma, per ottocento anni inviolata, fu devastata due volte, dai Visigoti di Alarico e dai Vandali di Genserico; l’Impero crollò e la notte scese sull’Europa, fino all’alba della rinascita medievale, avvenuta con l’incoronazione di Carlo Magno, la notte di Natale dell’anno 800.

Sono impressionanti le pagine in cui Salviano ricorda la caduta della città africana di Cartagine, una delle più ricche del Mediterraneo: «Mentre le armi dei barbari sferragliavano attorno alle sue mura, la comunità cristiana di Cartagine si dava alla pazza gioia nei circhi e si smidollava nei teatri! All’esterno una parte della popolazione era prigioniera dei nemici mentre dall’altra parte, all’interno, era prigioniera dei vizi».

Quali erano questi vizi? A Cartagine, ricorda Salviano, una minoranza rumorosa praticava l’omosessualità, ma ciò che era più grave, scrive, era che ciò avvenisse nella più grande e famosa provincia dell’Impero con il silenzio di Roma. «In realtà, un’autorità grande e potente che ha il potere di impedire un grosso delitto, se ne è a conoscenza, e permette che venga perpetrato, è come se ne approvasse l’attuazione. Rinnovo la domanda, spinto dal dolore, a coloro che se la prendono con me: fra quali popoli barbari si sono mai verificati questi fatti? Dove mai si è permesso che si compissero impunemente alla luce del sole?».

La decadenza morale dell’Impero, scrive Salviano come del resto afferma sant’Agostino nella Città di Dio, fu la causa vera della sua caduta. Il quadro potrebbe sembrare “drammatizzante”, ma più forzato ancora appare l’ottimismo di chi oggi vede nei “diritti alla differenza” e nel “rimescolamento delle culture” un fattore di progresso e di crescita per l’Occidente.

Gli eventi dell’Impero Romano sono lontani, ma la decadenza morale dell’Occidente è simile ad allora e vicine sono le vicende delle banlieues francesi, le desolate periferie abitate dagli immigrati magrebini, messe a fuoco nel 2005 da bande di casseurs, di “vandali”, potremmo dire, utilizzando l’appellativo del popolo che distrusse Cartagine e poi saccheggiò Roma.

Vicine sono anche le violenze che hanno avuto come centro la Libia di Gheddafi, ossia proprio quella terra, cristiana fino al V secolo, che un tempo formò l’impero di Cartagine. La Libia è oggi uno degli avamposti mediterranei dell’antioccidentalismo ed uno dei Paesi che si distinguono per la carica di odio  verso il Cristianesimo.

Il vero problema tuttavia non è l’odio contro l’Occidente da parte dei suoi nemici, ma l’odio che l’Occidente ha verso se stesso e verso le proprie radici. La frase di Benedetto XVI secondo cui l’Occidente “non ama più se stesso” è profondamente vera. Ma la massima evangelica secondo cui bisogna amare il prossimo come noi stessi ci insegna che chi non ama se stesso non è capace di amare il proprio prossimo e si condanna all’isolamento e alla morte.

L’amore è unione e l’odio è separazione. Chi si separa dalla propria identità, si separa da se stesso, dal prossimo, e soprattutto si separa da quel Dio il cui nome, come ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima enciclica, è “Carità”.