La rifondazione semantica del concetto di amore, con cui si apre il testo pontificio è necessaria in un’epoca caratterizzata dalla guerra delle parole. La manipolazione di uno dei termini più usati ed abusati, ma anche più ambigui del nostro tempo, costituisce infatti parte decisiva della battaglia del linguaggio e della comunicazione oggi in corso.

Amore può significare, e nel corso della storia ha significato, molte cose: ma il senso che attribuiamo a questa parola scaturisce in ultima analisi dalla nostra visione antropologica.

Il Cristianesimo concepisce l’uomo come un composto di anima e di corpo, realtà distinte ma inseparabili, poste tra di loro in rapporto di subordinazione. L’anima è il principio vivificante del corpo e Gesù Cristo è a sua volta il principio vitale dell’anima, alla quale si comunica sotto forma di Grazia creata e di vita soprannaturale, attraverso la sua Parola, ma soprattutto attraverso l’Eucarestia, sacramento che ha un carattere “sociale”, perché in esso noi veniamo uniti al Signore come tutti gli altri comunicanti, diventando in Gesù Cristo, “un solo corpo”, fusi in un’unica esistenza (n.14).
«Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento» ricorda il Papa (n. 18). La Chiesa insegna che la perfezione del cristiano consiste innanzitutto nell’amore di Dio, fine ultimo soprannaturale dell’uomo, e secondariamente nell’amore del prossimo e di noi stessi per amore di Dio.
Non ci può essere vera carità verso il prossimo o verso se stessi, al di fuori del motivo soprannaturale dell’amore di Dio. Ciò significa che quando amiamo il prossimo per qualsiasi altro motivo diverso da Dio non lo amiamo di vero amore.

Quando per mero piacere calpestiamo la legge di Dio, noi in realtà non amiamo, ma odiamo noi stessi. Per questo «l’eros degradato a puro “sesso” diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce» (n. 5). Al contrario, la mortificazione cristiana, che ha lo scopo di dominare le nostre tendenze disordinate, non costituisce un atto di odio contro il corpo, ma di vero e autentico amore verso di esso.

L’enciclica di Benedetto XVI ci ricorda insomma che la carità ha un ordine: in primo luogo amare Dio nel modo più assoluto e sopra tutte le cose; quindi il bene spirituale proprio, poi il bene spirituale del prossimo, ma il bene spirituale del prossimo va anteposto al nostro bene materiale. Ciò significa, ad esempio, che l’aborto terapeutico è un crimine anche perché, al fine di salvare la vita temporale della madre, sacrifica un bene enormemente superiore quale è la vita eterna del bambino che muore senza battesimo.

Va sottolineato il fatto che nella sciagurata epoca della promozione morale e giuridica dell’omosessualità, Benedetto XVI onora apertamente in questo documento il matrimonio indissolubile e monogamico tra un uomo e una donna, ricordando come nella Bibbia «il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza l’idolatria è adulterio e prostituzione» (n. 9).

Il nesso tra amore divino e amore umano è chiaro: «all’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico» (n. 11); «Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo – aggiunge il Pontefice – diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano». La carità, che costituisce un compito eminente della Chiesa, va vista in questa prospettiva soprannaturale, come la vissero tanti santi, da san Francesco d’Assisi a san Luigi Orione, che alimentarono con la continua preghiera le loro opere caritative.

Per questo «è venuto il momento di riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo» (n. 37). La preghiera è la sorgente dell’azione che per i laici, nel campo politico e sociale, deve ispirarsi ai principi della dottrina sociale cattolica. Benedetto XVI ricorda che «la dottrina sociale della chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano» (n. 28). La dottrina sociale naturale e cristiana si fonda dunque sulla legge naturale, riassunta nei dieci comandamenti che pur accessibili alla sola ragione sono stati rivelati da Dio perché, come osserva san Bonaventura (In libros sententiarum 4, 37, 1, 3) in seguito alla condizione di peccato, «la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata».

Il grande quadro all’interno del quale va situata la prima enciclica del nuovo Pontefice è quello tracciato nella Città di Dio da sant’Agostino. La vita di ogni uomo e la storia nel suo complesso, scrive il grande vescovo di Ippona, è dominata dalla lotta tra due città, invisibili all’occhio umano perché composte da anime: la città di coloro che antepongono la volontà propria alla volontà di Dio e la città di chi antepone la volontà di Dio alla propria. In queste due opposte direzioni dell’amore si svolge ogni vita umana: «due amori hanno generato due città: quella terrena, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio; quella celeste, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

La forza di attrazione e di coesione che origina e mantiene le due opposte città che si affrontano sulla terra è l’amore: gli uomini scelgono l’una o l’altra delle due città in forza dell’amore che riempie il loro cuore. Ma l’amore, essendo esclusivista, implica e impone avversione e lotta per ciò che lo contrasta (Mt. 6, 24).

L’amore dunque è causa non solo della costruzione delle due città, ma anche della guerra implacabile tra di esse. Questa guerra è in corso e non si concluderà che alla fine della storia. Anche il documento di Benedetto XVI si situa su questo drammatico sfondo. La mattina del 13 gennaio 2006, ricevendo in Vaticano le massime autorità amministrative di Roma e del Lazio, il Papa ha ricordato loro alcune verità di fondo relative alla difesa del matrimonio e della vita nascente.

La sua prima enciclica propone alla nostra riflessione i presupposti di quelle stesse verità ignorate o dimenticate, su cui costruire e ricostruire un giusto ordine morale e sociale.
In una società secolarizzata, in cui il sesso è intronizzato come una divinità sugli altari dei mass-media, Benedetto XVI ci ricorda con fermezza che Dio esiste e che il suo nome è Amore.