Procreazione assistita, aborto, eutanasia, droga… diversi elementi dell’attuale “Hiroshima culturale” – per dirla con le parole di Enrico Fermi, citate di recente da Antonino Zichichi – che implica, tra l’altro, la tendenza alla manipolazione della vita umana e all’autodistruzione.

Francesco Agnoli presenta un quadro umanamente desolante delle pratiche biotecnologiche, tanto più cupo in quanto ragione, storia e rispetto per la vita latitano nel dibattito politico-culturale sull’argomento.

Un dramma epocale difficilmente occultabile se non con meri artifici retorici, vieppiù funzionali alle varie contingenze elettorali, dinanzi a cui l’uomo è chiamato a dar prova della propria libertà smascherando e superando l’approccio cinico dei fautori di una scienza tracotante e incurante di ogni valore che, per sua stessa ammissione, sperimenta «senza sapere che cosa stia facendo e che cosa possa succedere nel lungo periodo».

Dino Boffo, nella prefazione al volume, evidenzia come esso fotografi incisivamente «una serie di fenomeni degenerativi nel rapporto fra tecnica e vita» con «un positivo – e “propositivo”, aggiungiamo noi – intento provocatorio», indagando altresì le cause del «dissesto etico». I sentimenti umani sono facilmente manipolabili, come ben sanno i paladini della cultura di morte che nel dibattito sui referendum abrogativi della Legge 40 hanno insistito più su istanze emotive che su dati scientifici.

All’uomo del Terzo Millennio, che non voglia essere travolto dal relativismo anodino insufflato attraverso i media dall’establishment sinistrorsa, è richiesto lo sforzo di saper sostenere uno sguardo giusto e razionale sulle derive assiologiche del momento. Il libro di Agnoli – soprattutto nelle pagine che provocano più disgusto e rabbia perché ci svelano l’inganno – è un valido strumento di riflessione: vogliamo davvero “una vita manipolata”?