La nostra rivista “Radici Cristiane” avrebbe potuto anche chiamarsi “Frontiere Cristiane”.

Le frontiere non sono solo geografiche, ma anche spirituali e culturali: delimitano un’identità, tracciano i confini di una civiltà. Le frontiere cristiane sono nello spazio ciò che le radici cristiane sono nel tempo: lo sviluppo e l’estensione dell’annuncio del Vangelo. Questo annuncio di salvezza e destinato a dilatarsi sino alla fine della storia e sino ai confini del mondo, per realizzare il Regno di Dio sulla terra, anticipazione e prefigurazione di quello eterno nel Cielo.

Il nostro grande ideale è l’instaurazione di una Civilta cristana senza confini nel tempo e nello spazio proprio perché fondata sulle parole di Nostro Signore: «Andate e convertite tutte le genti».
L’Europa priva di radici cristiane, come quella progettata dai padri della nuova Costituzione europea, è inevitabilmente priva di frontiere cristiane, e come tale, destinata all’autodissoluzione.
Coloro che hanno rifiutato di inserire qualsiasi riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea, sono infatti gli stessi che rifiutano oggi di allargare l’Europa secondo i suoi naturali confini cristiani. Come giudicare il fatto che l’adesione della Turchia islamica all’Unione Europea venga privilegiata rispetto a un Paese di antica tradizione cristiana come l’Ucraina ?

Kiev, oggi capitale dell’Ucraina, fu centro di un grande Impero cristiano all’alba dell’anno Mille, sotto san Vladimiro e i suoi successori. La Turchia, conquistata dall’Islam nel XV secolo, continua ancora oggi ad essere un Paese musulmano, seppur secolarizzto, ma comunque radicalmente disancorato dall’identita europea. E che dire del fatto che la politica mediterranea dell’Unione Europea, seguendo le indicazioni della conferenza di Barcellona, si rivolge esclusivamente ai Paesi islamici delle coste settentrionali dell’Africa, la cosiddetta “riva sud” del Mediterraneo, dimenticando che questo mare si spinge, oltre il Bosforo e i Dardanelli, fino al Mar Nero e al Mar d’Azof, toccando antichi Paesi cristiani, come la Georgia e la stessa Ucraina?

L’immagine del Mediterraneo che ha l’Unione Europea e altrettanto mutilata di quella che di questo mare aveva l’Unione Sovietica, che cercava di spostare verso nord est il baricentro geopolitico dell’Europa centro-orientale. Eppure, sulle sponde del Mar Nero, “Mare Maius”, l’Occidente prese coscienza della differenza fra civiltà e barbarie, spingendosi con le navi veneziane e genovesi oltre la Crimea, in quell’area balcanico-pontica che costituì il fulcro della rete di scambi commerciali e culturali tra Asia ed Europa nel Medioevo. Dal Mar Nero, la frontiera e l’identità dell’Europa cristiana risaliva fino alle sponde del Baltico, seguendo le orme tracciate dagli apostoli e dai missionari che continuarono l’opera dei santi Cirillo e Metodio. E su queste frontiere, e in nome di questa identità, che affrontarono il comunismo figure ormai entrate nella storia come i cardinali Aloisysius Stepinac, arcivescovo di Zagabria, oggi Beato, Josef Mindszenty, Arcivescovo di Eszertom e Primate di Ungheria, Josepf Slipyi, arcivescovo di Leopoli e patriarca degli ucraini, Josef Beran, arcivescovo di Praga, Stefan Wyszinski, arcivescovo di Varsavia e primate della Polonia e della Lituania.

Nelle sofferenze di questi pastori della Chiesa sta scritta con caratteri di fuoco e di sangue l’identità profonda delle nazioni dell’Europa centro-orientale, entrate o pronte ad entrare nell’Unione Europea. Gli artefici del dopo Maastricht non hanno compreso che l’integrazione tra Stati dell’Europa occidentale e dell’Europa centro-orientale avveniva secondo una logica diversa dai precedenti allargamenti della Comunità europea. Il passaggio dell’Europa da sei a dodici, e poi a quindici Stati membri, si è realizzato all’interno di un’area omogenea, comprendente nazioni che avevano vissuto l’esperienza del mondo libero.

L’entrata dei dieci nuovi Stati, di cui otto provenienti dall’ex blocco sovietico, si presentava invece come un incontro tra aree disomogenee sul piano non solo economico, ma soprattutto delle esperienze politiche e culturali vissute nel Novecento. Ciò comportava, a differenza dei precedenti allargamenti, la necessità di recuperare nazioni che da sempre fanno parte della storia europea ma che sono state brutalmente sottratte al nostro continente e profondamente ferite nella loro identità. L’integrazione avrebbe dovuto essere intesa non come la mera estensione territoriale di un progetto istituzionale, ma come la riunificazione, politica e culturale, tra due parti di Europa, sottomesse dal comunismo ad una arbitraria divisione che ne aveva segnato i diversi destini.

La attuale impasse del progetto di integrazione europea lo ha confermato: dopo il crollo del Muro di Berlino e della Cortina di ferro, l’unità del continente non può essere più costruita sulla base di trattati cartacei: sul tappeto è una serie di problemi che vanno ben al di là dell’estensione dell’area di libero mercato, dell’allargamento della NATO o della individuazione di regole costituzionali condivise. L’ingegneria costituzionale non crea né ricostruisce autentici legami sociali. Occorre riannodare il tessuto culturale e sociale brutalmente lacerato dal totalitarismo del Novecento: ritrovare un patrimonio spirituale e culturale comune, una memoria e una identità condivisa.

L’Europa non ha bisogno di burocrazia, ma di un’anima. E la sua anima, ossia il suo principio vitale e unificatore non puo essere che il Cristianesimo. E questo il messaggio all’origine della nostra rivista e che a un anno di distanza dalla sua nascita “Radici Cristiane” vuole con forza riproporre.