Il cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, ha il suo interlocutore privilegiato nel presidente del Senato Marcello Pera, coautore con lui del volume Senza radici e prefatore del suo ultimo volume, L’Europa di Benedetto; il direttore de “Il Foglio”  Giuliano Ferrara conduce sul suo giornale una battaglia in difesa della vita più chiara e netta di quella di tanti cattolici; su posizioni analoghe si batte Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal; la scrittrice Oriana Fallaci, infine, denuncia con tono accorato la minaccia all’identità cristiana dell’Occidente e indica anch’essa nella persona di Benedetto XVI l’unico elemento di speranza nell’orizzonte contemporaneo.

Non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno nuovo e importante. Ciò che hanno in comune questi personaggi, definiti con sprezzo dagli avversari “teoconservatori”, è la difesa delle radici cristiane della nostra società condotta a partire da posizioni estranee al cattolicesimo, laiche e liberali.

La Chiesa Cattolica ha reiteratamente condannato i principi del laicismo e del separatismo liberale. Ma di fronte alla aggressione in corso alla nostra civiltà, questi liberali affermano, come ha fatto Marcella Pera al Meeting di Rimini, di mettere in questione lo stato laico, come oggi è inteso, e la separazione, come oggi è praticata, della politica dalla religione. “Insomma, – ha affermato Pera a Rimini – ho messo in questione la mia stessa bussola laica e liberale”. È possibile e utile un dialogo e una convergenza tra liberali conservatori, “aggrediti dalla realtà”, e cattolici “senza compromessi”, fedeli al Magistero della Chiesa?

Questa convergenza può certamente avvenire e può trasformarsi in un’alleanza tattica e strategica, sulle basi dell’antirelativismo e della difesa dell’ordine naturale e cristiano della società. Si tratta di una convergenza che non ha nulla a che vedere con il “liberalismo cattolico” condannato dalla Chiesa, né con la visione naturalistica e strumentale della religione che caratterizzò il pensiero di Charles Maurras e dell’Action Française agli inizi del ‘900. È lo stesso Papa Benedetto XVI a indicare la strada della possibile collaborazione.
Nel suo volume L’Europa di Benedetto il cardinale Ratzinger afferma che «dovremmo capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita, veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». Nell’introduzione allo stesso volume, Marcello Pera gli risponde: «Al credente che gli proponga di agire veluti si Deus daretur, il laico non credente può e deve rispondere di sì».

Agire veluti si Deus daretur, “come se Dio ci fosse”, significa rispettare la legge divina e naturale, ovvero il Decalogo, una legge immutabile che costituisce l’unico fondamento di una società bene ordinata. Significa accettare una comune impostazione etica e quindi filosofica: ovvero quella antropologia razionale, inclusa nella “philosophia perennis”, che è al disopra sia delle opinioni che delle scuole di pensiero, per il semplice fatto che si basa sull’evidenza del reale e scaturisce dall’esercizio del senso comune.

Non basta però collaborare sulla base del diritto naturale e cristiano: occorre combattere la battaglia a viso aperto. Non si può dimenticare che, almeno dalla Rivoluzione Francese in poi, i cattolici decisi a essere realmente tali sono stati perseguitati. Non si può ignorare che se i cattolici oggi sono minoranza è perché hanno perso una battaglia; l’hanno persa perché non l’hanno combattuta; non l’hanno combattuta perché non hanno compreso la natura del nemico che avevano di fronte; perché hanno rimosso l’idea stessa di “nemico”, voltando le spalle a quella concezione agostiniana delle “due città” che è l’unica che possa offrirci una spiegazione della drammatica crisi del nostro tempo. Occorre che i cattolici antiprogressisti abbiano il coraggio di professarsi antiliberali e che i liberali antiprogressisti abbiano il coraggio di collaborare con i cattolici antiliberali che ad essi tendono la mano.

È già accaduto nella storia d’Italia: con il Patto Gentiloni, ovvero con gli accordi in chiave antisocialista tra cattolici e candidati ministeriali in occasione delle elezioni del 1913. Fu in seguito a questi accordi che la città di Roma venne strappata al sindaco massone Ernesto Nathan e 228 candidati risultarono eletti con il voto determinante dei cattolici.

Può accadere di fronte ai nuovi nemici: l’Islam, ma soprattutto il relativismo progressista, laico e cattolico, che costituisce, secondo l’immagine evocata da Oriana Fallaci, un autentico “cavallo di Troia” all’interno della fortezza assediata dell’Occidente. Veluti si Deus daretur: come se Dio ci fosse. Dio però c’è, è presente nella storia e nella vita di ogni uomo e gli uomini, per combattere e vincere, non possono fare a meno del suo aiuto. Senza l’apporto decisivo della Grazia, nessuna rinascita della società può essere possibile.

Il mondo ha bisogno soprattutto di santità, ma la santità è l’esercizio eroico delle virtù e due sono le principali virtù di cui la nostra epoca oggi ha bisogno: la virtù cardinale della fortezza e la virtù teologale della speranza. I liberali antiprogressisti non hanno paura di guardare il nemico in faccia, di dire chiaro e  forte  quello che molti pensano e di infrangere la cappa del “politicamente corretto”, anche a costo di suscitare le ira dell’establishment massmediatico, come è accaduto al presidente Pera dopo il Meeting di Rimini del 2005. Essi indicano insomma ai cattolici, troppo spesso pusillanimi,  la strada del coraggio e della fortezza .

I cattolici debbono saper offrire a questi laici coraggiosi la virtù, cristiana e teologale della speranza che ad essi manca; la ferma fiducia che, con l’aiuto soprannaturale della Grazia, le radici cristiane della società europea porteranno invincibilmente, anche nel nostro tempo, i loro frutti.