Il rifiuto del 75% degli italiani di recarsi alle urne nel referendum sulla legge 40 è stata una forte scelta etica che, al di là degli schieramenti politici, ha riaffermato il primato della vita, della persona umana e del diritto naturale. L'uomo non può fare tutto ciò che la scienza gli permette di fare, perché il fine non giustifica i mezzi, che non possono mai violare i principi dell'ordine naturale e cristiano. Il sonoro "no" al Trattato costituzionale europeo espresso dal popolo francese ha assunto da parte sua il valore di una simbolica nemesi storica. Nel corso dei lavori preparatori, il Presidente francese Chirac aveva minacciato di affossare la nuova "Costituzione" se non ne fosse stato espunto il riferimento alle radici cristiane.

Pur di salvare il travagliato testo, gli altri 24 capi di Stato e di governo, in larga parte favorevoli a un richiamo all'identità cristiana, avevano chinato remissivamente il capo. Il 29 maggio 2005 però, Chirac è stato bocciato dal suo stesso popolo che, con il voto referendario, ha fatto naufragare il Trattato costituzionale. Al "no" francese sono seguiti, in rapida successione, il "no olandese" e la rinunzia britannica al referendum. Solo in Spagna il referendum sul Trattato ha dato un esito favorevole, con il 75% dell'elettorato che ha votato per la ratifica.

Va però sottolineato che soltanto il 42% degli spagnoli aventi diritto si è recato alle urne: vale a dire che solo il 32% dell'elettorato iberico ha appoggiato il Trattato. Alle origini della crisi sta inoltre la sovrapposizione e la confusione di due diversi modelli di Europa. Il primo modello è quello che, fino a ieri, poteva essere definito franco-tedesco. Tale progetto di integrazione prevede l'ambizioso obiettivo di passare dalla dimensione economica alla dimensione politica dell'Europa, dalla moneta comune alla Costituzione europea. Ma poiché non ci può essere una forte identità politica senza una altrettanto forte identità etico-culturale, questo modello esige una accurata definizione dei valori europei e una altrettanto accurata definizione dei confini dell'Europa. Una prospettiva che rende irrinunciabile il riferimento alle radici cristiane e assolutamente problematico l'ingresso della Turchia nella UE.

Il secondo modello è quello che l'Europa come un grande mercato politicamente debole ma sempre più allargato. Sarebbe logico, in questo caso, che lo spazio economico europeo si dilatasse a Paesi come l’Ucraina, la Georgia, la Turchia e, in prospettiva, Israele e gli altri Paesi della costa nord-africana. Altrettanto logicamente si dovrebbe rinunziare a riferimenti identitari forti. Ma forse si dovrebbe rinunciare anche all'euro, perché uno spazio  economico che comprende economie così diverse come quelle degli Stati appena ricordati, è più competitivo in presenza di una diversità di monete piuttosto che con una moneta comune. E questo senza considerare i danni finora provocati dall'euro nei Paesi in cui è stato adottato.

Ognuno di questi due modelli ha una sua logica e una sua coerenza : sovrapporli e confonderli, come è finora avvenuto, provoca la schizofrenia. È di questo male che soffre oggi il processo di integrazione europea, a cui tuttavia si deve riconoscere un merito : quello di avere imposto una serrata discussione sull'identità europea, che è stata occasione di ripetuti e puntuali interventi del Papa Giovanni Paolo II e, oggi, di Benedetto XVI.

Quanto sta accadendo in Europa risente del resto di due avvenimenti di cui ancora non si è compresa la portata: la vittoria negli Stati Uniti del Presidente George W. Bush e l'elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI. Il disegno di uno Stato sovranazionale europeo si dissolve, ma affiora, sempre più forte, la consapevolezza dell'esistenza di un'anima e di una vocazione dell'Europa. I due referendum italiano e francese hanno mostrato chiaramente come il futuro dell'Europa non sia sulla linea del modello Zapatero, ma in quella della rinascita, sempre più attuale delle radici e dei valori cristiani.