La recente beatificazione dell’ultimo Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria Carlo I d’Asburgo ha, come sempre accade, dato vita a importanti rivisitazioni della sua biografia e dell’intera epoca del declino dell’impero asburgico. In effetti, la figura dell’“ultimo degli Asburgo” merita attenzione non solo perché sovrano e santo, ma proprio come “sovrano santo”. Ed in questa ottica lo hanno presentato i due autori di questa biografia, che va al di là del racconto della vita per arrivare a fornire un quadro di presentazione generale della “finis Austriæ”, ultimo baluardo di quella vera “Europa unita”, “Europa dei popoli” che fu la Cristianità imperiale dei secoli medievali e moderni.
Riflettere su Carlo I è anche un’occasione per riflettere sia sulla tragica storia europea del XX secolo (sotto l’egida dell’Impero asburgico, avrebbe mai potuto trionfare il nazional-socialismo in Germania e comunque in Austria? Il comunismo avrebbe mai potuto occupare i Paesi dell’Europa orientale? Si sarebbe verificata la tragedia jugoslava?), sia su quella specificamente italiana: tutta la storia di quela zona che possiamo per comodità definire “triveneto” è imperniata della civiltà asburgica, e ancora oggi una buona parte di quelle popolazioni, inutile nascondercelo, rimpiangono l’ordine e la civiltà imperiale.

La stessa figura del santo, certamente celebrata nelle sue doti personali (compresa quella, poco conosciuta, della sua perizia di comandante militare), è presentata non con “nostalgismo”, ma, come dice Invernizzi nella sua prefazione, con «(l’)unica nostalgia che ha sempre ragion d’essere, la nostalgia della santità».