Radici Cristiane n. 35 - Giugno 2008 - di Roberto de Mattei | www.radicicristiane.it


13-14 aprile 2008 nuove di responsabilità per le élites cattoliche

Il risultato più clamoroso delle elezioni del 13-14 aprile 2008 non è stato la netta vittoria del centro-destra, ma la bruciante sconfitta della sinistra social-comunista, letteralmente spazzata via dal Parlamento italiano. «Nessuno, francamente, si aspettava una batosta così grande, storica», ha scritto, all’indomani delle elezioni, il direttore del quotidiano comunista Liberazione, Piero Sansonetti. «L’Italia si trova per la prima volta dopo la Costituente ad avere un Parlamento della Repubblica privo di una delegazione della sinistra» (Liberazione, 15 aprile 2008).

Dopo le elezioni del 2008, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e Verdi non possono contare nemmeno su un singolo deputato. Tra gli esclusi del Parlamento, l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti, l’ex Ministro Fabio Mussi, il segretario del PRC Franco Giordano, il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, il transessuale Wladimir Luxuria, il “no-global” Francesco Caruso, il Presidente onorario dell’arcigay Franco Grillini.

Scompare anche dalla scena parlamentare, dopo 116 anni, il più vecchio partito italiano, il Partito Socialista di Turati e di Treves, poi di Nenni e Craxi e quindi del laicista Enrico Boselli, dimissionario dopo la débacle, come altri leader della sinistra. «Da oggi – ha scritto Gabriele Polo su Il Manifesto del 15 aprile – la sinistra è un soggetto extraparlamentare».

Ma anche l’esito del Partito Democratico di Walter Veltroni è fallimentare: il risultato del 33,3% dei voti alla Camera e del 33,7 % al Senato è di poco superiore a quello dell’Unione del 2006, quando DS e Margherita si presentarono insieme, per la Camera dei Deputati, ottenendo il 31,3 % dei voti. «Per il Pd – scrive Massimo Franco – la sconfitta è netta quanto la vittoria berlusconiana. Walter Veltroni ha svuotato l’estrema sinistra; ma non è riuscito a sottrarre consensi al centro, mancando la scommessa di conquistare i voti moderati» (Corriere della Sera, 15 aprile 2008).

Veltroni ha fagocitato i voti della sinistra più radicale, ma non è riuscito a sfondare, come sperava, al centro, perdendo anzi molti dei suoi voti moderati proprio in quella direzione. Buona parte dei suoi elettori hanno invece votato per il Popolo della Libertà, mentre molti elettori di Forza Italia e di Alleanza Nazionale hanno a loro volta scelto la Lega, che per ottenere il suo clamoroso risultato ha però attinto anche al bacino della sinistra.

Il risultato generale è quello di uno slittamento a destra della rappresentanza parlamentare e del crollo dei sogni della sinistra post-comunista di “riformare l’Italia”. La disfatta di Veltroni è stata aggravata dalla larga e imprevista affermazione del candidato del Popolo delle Libertà Gianni Alemanno contro il “veltroniano” Francesco Rutelli al Comune di Roma.

Per meglio comprendere il significato del crollo della sinistra, vale la pena ricordare che nelle elezioni politiche del 1976, la Sinistra, comprendente allora il Partito Comunista Italiano (34,37 %), il Partito Socialista (9,65%) e Democrazia Proletaria (1,51%) contava il 45 % dei voti alla Camera e il 44,6 al Senato. Quel parlamento, esattamente trent’anni or sono, varò la famigerata legge abortista 194, firmata da un Presidente del Consiglio (Andreotti) e da un Presidente della Repubblica (Leone) democristiani.

La ferita dell’aborto, come ha ricordato Benedetto XVI il 12 maggio, è ancora aperta e sanguinante. Giuliano Ferrara ha avuto il merito di avere risollevato questo tema, pur avendo compiuto l’errore, da lui stesso ammesso, di avere presentato una lista elettorale che, senza l’apparentamento con il PDL, ha ottenuto un risultato disastroso.

Quali sono le ragioni profonde dell’esito elettorale del 13 aprile? Bisogna partire dalle prime elezioni repubblicane, quelle del 18 aprile 1948, quando la Democrazia Cristiana prevalse massicciamente contro il Partito Comunista.

La diga allora innalzata contro il social-comunismo non fu però costituita dalla DC nascente, ma dal popolo cattolico, rappresentato dai Comitati Civici, voluti da Pio XII e affidati al vicepresidente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda.

La DC, che da allora avrebbe mantenuto il potere in Italia per oltre quarant’anni, disattese il progetto di Pio XII di restaurazione culturale e morale della società italiana dopo la catastrofe bellica. La persona di Gedda, come ricorda Marco Invernizzi su Il Timone (aprile 2008), fu sottoposta, per il suo nitido anticomunismo, ad una sorta di damnatio memoriae, mentre, a partire dagli anni Sessanta, la Democrazia Cristiana di Moro imboccava la strada del centro-sinistra e del “compromesso storico”.

Risale a quegli stessi anni l’inizio della scollatura tra “Paese reale” e “Paese legale”, tra il popolo cattolico, anticomunista e ancorato ai valori tradizionali e la sua rappresentanza politica, ammaliata dal mito del progresso, che usava i voti del popolo cattolico per traghettarlo verso sinistra (cfr. il mio Il centro che ci portò a sinistra, Edizioni Fiducia, Roma 1994).

Il processo di secolarizzazione della nostra nazione, spacciato come “modernizzazione”, si realizzò grazie alle omissioni, alle complicità, agli aperti tradimenti della classe dirigente democristiana che svolse un ruolo egemone fino al 1992.

Il successo di Berlusconi, agli inizi degli anni Novanta, si spiega proprio con la profondità della frattura che ha diviso cittadini e classe politica in questo sessantennio e che non è stato ancora ricomposto. Eppure il “Paese reale”, ha resistito al processo di laicizzazione della società, portato avanti dalla classe politica, con l’appoggio determinante dei mass-media e dei centri di potere economico e culturale, fin ad oggi controllati dalla sinistra progressista.
Si parla di “miracolo italiano”, per indicare lo straordinario sviluppo economico del nostro Paese negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, ma il vero “miracolo italiano” è quello degli ultimi quarant’anni: il rifiuto delle utopie progressiste e l’attaccamento tenace all’identità cristiana e ai “valori non negoziabili”, ampiamente dimostrato dal voto del 13 giugno 2005 sulla legge 40 e dalla mobilitazione per il “Family Day” del 12 maggio 2007.
Questo “miracolo” ha la sua fonte nella vitalità del mondo cattolico, che conosce una stagione di imprevedibile risveglio, come se grazie inaspettate fossero state elargite dalla Provvidenza al nostro Paese logorato dal laicismo.

L’ampia maggioranza a Palazzo Madama assicura al Centro-Destra cinque lunghi anni di governo, ma il Parlamento della nuova legislatura non esprime l’esistenza di questo mondo e non rivela l’importanza che ha ormai assunto il voto cattolico nella competizione elettorale.
Il ruolo dei movimenti, delle associazioni, delle élites cattoliche, è divenuto dunque fondamentale. Essi hanno il compito di esercitare una vigilanza e una pressione continua sul Parlamento e di difendere, in Italia e in Europa, quel patrimonio cristiano che le leggi nazionali e le istituzioni internazionali così spesso rinnegano.

Un grande progetto di ricristianizzazione della società può essere intrapreso dagli uomini di buona volontà, con l’aiuto imprescindibile della Grazia. È a questo che ci sprona il voto del 13 aprile.
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