Questa mostra è un racconto. Un intero secolo, l’Ottocento, è narrato attraverso le ampie sale delle Scuderie del Quirinale che si snodano velocemente una dietro l’altra, trascinando lo spettatore in un’altra epoca. L’andamento è ordinato e cronologico e permette al visitatore, durante il cammino, di incontrare le opere immergendosi completamente nella storia.
Sono rappresentati i sentimenti, le passioni e le lotte, le piccole azioni quotidiane, ma anche i grandi slanci religiosi e politici; tutto ciò è offerto al nostro sguardo ed è ancora vicino al nostro sentire. O meglio non è ancora dimenticato, nonostante il nichilismo emergente. L’arte emoziona, dunque, e ci fa ricercare le radici del nostro essere.
Il periodo napoleonico
«Ma di pittori voi state male in Italia mentre in Francia noi ne abbiamo di migliori dei vostri». Con tali affermazioni nel 1810 Napoleone Bonaparte si rivolgeva allo scultore Antonio Canova, nominato nel 1802 Ispettore generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa. L’artista rispose in quell’occasione in modo diplomatico aspettando l’occasione giusta, alcuni anni più tardi, per recuperare in Francia i capolavori dell’arte italiana requisiti dalle armate francesi (a dimostrazione del poco interesse per l’arte nostrana!) a seguito del Trattato di Tolentino nel 1797.
Le statue di Canova presenti in mostra introducono la visita e costituiscono la cesura tra due mondi: la cultura neoclassica sfuma sempre più in una nuova concezione artistica che prevede da un lato una maggior attenzione alla contemporaneità, in senso sia storico sia realistico, e dall’altro una fuga dal mondo verso il sogno e il mistero (tendenza che si affermerà maggiormente alla fine del XIX secolo).
I due possenti Pugilatori sono già riferibili a quel filone dello stile neoclassico definito “eroico”; Canova li scolpì senza aver ricevuto una commissione, ma il gruppo fu comunque acquistato nel 1802 da Papa Pio VII per il Museo Clementino. La storia dei due pugili Damosseno e Creugante è raccontata da Pausania: durante i giochi Nemei, essendosi la gara prolungata più del previsto, i lottatori decisero di affrontarsi infliggendosi reciprocamente un solo colpo per volta. Creugante fu trafitto dalla mano di Damosseno e morì.
La nobile postura dei corpi e la collocazione che sarà riservata alle due sculture carica il gruppo di un grave significato morale e civile. Il Papa portava in Vaticano l’opera di uno dei più grandi artisti viventi, ponendola accanto ai fulgidi esempi del passato e allo stesso tempo contrastando in modo esemplare l’inesorabile razzia di opere d’arte da parte dei francesi.
Grandi artisti quali Vincenzo Camuccini, Andrea Appiani e Giuseppe Bossi definiscono l’impronta neoclassica del primo ventennio del secolo. Nel 1822 muore Antonio Canova, lasciando tuttavia una eredità significativa alla scultura italiana.
Fino all’unità nazionale
L’arte italiana all’inizio del XIX secolo rispecchia la nuova situazione territoriale che è si creata. Le divergenze regionali sono ancora forti, eppure gli stati sono divisi tra il Regno Italico al nord, il Piemonte e gli Stati che furono della Chiesa posti sotto il governo francese, il Regno di Napoli affidato al fratello di Napoleone e successivamente al cognato Murat. L’arte vive le dinamiche e le contraddizioni del nostro paese durante i moti risorgimentali, fino all’unità nazionale e oltre.
Dagli anni Venti le vicende dell’attualità trovano i loro cantori nel veneziano Francesco Hayez e nei suoi seguaci. I dipinti storici e i numerosi ritratti creano un’atmosfera suggestiva in cui le fisionomie dei protagonisti delle narrazioni e quelle degli artisti stessi si alternano.
La congiura dei Lampugnani di Hayez fa riferimento a un fatto storico della fine del Quattrocento (la rivolta dei giovani a Milano contro Galeazzo Maria Sforza nel 1476), ma il quadro è foriero di un profondo messaggio antitirannico inerente al momento storico contemporaneo al pittore.
Possiamo osservare una parte della società dell’epoca grazie alle scene di gruppo riprodotte dall’ispirato pittore napoletano Domenico Morelli, e grazie ai ritratti eseguiti da Pelagio Palagi, da Giuseppe Molteni (l’incisivo Ritratto di gruppo della famiglia Barbiano di Belgioioso d’Este, 1831), da Enrico Scuri (il coinvolgente ritratto dell’esploratore Costantino Beltrami verso le sorgenti del Mississippi, 1861).
Nel 1855 Morelli dipingeva, per presentarlo poi all’esposizione borbonica di quello stesso anno, il suo quadro intitolato Gli iconoclasti, in cui un giovane monaco, durante la persecuzione delle immagini nel IX secolo, viene condannato dall’imperatore bizantino Teofilo al taglio della mano per essere stato sorpreso a dipingere nei sotterranei della Chiesa di S. Giovanni a Costantinopoli. Il forte valore simbolico dell’opera non sfuggì ai contemporanei che vi lessero facilmente il riferimento al tema del martirio cristiano e l’espressione della perdita della libertà.
Dagli anni Trenta del secolo cominciano a essere sperimentate nuove iconografie: lo spirito romantico allontana l’arte dalle forme accademiche e suggerisce rappresentazioni tormentate e metaforiche. Anche il paesaggio pittorico ne risente e presenta brani di misterioso lirismo.
Nel 1846 Vincenzo Vela scolpisce La preghiera del mattino, opera di forte valenza verista, che trasmette con chiarezza quella poetica degli affetti familiari che era particolarmente amata al tempo. È una bellezza sottratta all’antico, un naturalismo ormai informato di concetti e significati morali. Non più temi mitologici, ma nuovi soggetti in grado di catturare l’attenzione con una potenza quasi ipnotica che si esprime in ogni particolare della figura: la giovane è inginocchiata, immersa nella solitudine del risveglio mattutino, le labbra sono dischiuse, la veste scende lungo le spalle e ricade scomposta sul cuscino, una ciocca di capelli è sfuggita all’acconciatura, il pollice della mano segna il libro delle orazioni. L’opera si richiama a precedenti sculture di Lorenzo Bartolini, ma anche a dipinti (le fu infatti riconosciuto un indiscusso valore pittorico) quali gli studi e le raffigurazioni femminili di Hayez.
Dopo l’Unità
Le tele del periodo postunitario raccontano la vita quotidiana della borghesia in ascesa, della nobiltà che decade lentamente, della povera gente, degli umili. Sono espresse, con le nuove tecniche pittoriche, le sofferenze, ma anche il sottile declino dei valori.
Le scene di vita domestica rappresentano La messa in casa (di Domenico Induno, 1877), La lezione di ballo (di Filippo Carcano, 1865), una donna che spia dalla finestra socchiusa (Curiosità di Silvestro Lega, 1866). I paesaggi e la ritrattistica dei pittori macchiaioli (ad esempio: La veduta di Castiglioncello di Giuseppe Abbati, 1867; Ritratto di Nerina Badioli di Antonio Puccinelli, 1866 circa) costituiscono un’importante testimonianza della ricerca e dell’incessante studio condotto dagli artisti italiani.
E poi sono esposte le opere della scapigliatura lombarda, il realismo espressivo degli eccezionali scultori Adriano Cecioni e Vincenzo Gemito, la pittura internazionale e modernissima di Giovanni Boldini e Giuseppe de Nittis che lasciarono l’Italia per Parigi.
L’Ottocento italiano è vario e potente in ogni sua manifestazione. Ma l’epicentro delle attività artistiche e del commercio dei collezionisti si sta ormai inesorabilmente spostando verso le grandi capitali europee (e più avanti anche verso gli Stati Uniti). Alla Penisola italiana sfugge gradualmente il predominio della cultura artistica internazionale, ma senza che si perda al contempo la qualità e la forza innovatrice della sua produzione.
Il pittore napoletano Antonio Mancini è tra i più grandi interpreti dell’altissima qualità raggiunta dalla tradizione italiana alla fine dell’Ottocento. Gli artisti di fine secolo procedono con incredibile energia i vari filoni espressivi: presentano da un lato una tendenza al ripiegamento interiore, alla fuga dalla realtà, alla ricerca della dimensione onirica, di pari passo con la poetica del simbolismo letterario dannunziano ad esempio. Le sirene fantastiche di Giulio Aristide Sartorio, i dolenti ritratti che emergono a malapena dalla materia dello scultore Medardo Rosso.
La rassegna delle Scuderie si conclude (e si apre anche, dato che le due opere sono collocate presso le scale) con due significative pitture di tecnica divisionista: La maternità circondata dagli angeli di Gaetano Previati del 1890-‘91, e il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1901. La prima raffigura il delicato e ancestrale sentimento materno, mentre la seconda, con il suo imponente cammino della folla dei lavoratori, esprime in senso simbolico la conquista dei nuovi diritti sociali.
Infine una considerazione: sebbene l’arte dell’Ottocento italiano vada delimitata, evidenziata e fatta conoscere ampiamente, tuttavia il modo migliore per definirla sembra nascere proprio dal confronto con l’arte più inflazionata degli altri Paesi europei. Da tale accostamento si potrà osservare quanto il nostro Ottocento artistico emerga incredibilmente vigoroso e moderno.
(www.radicicristiane.it)