Radici Cristiane n. 19 - Novembre 2006 - di Roberto de Mattei | www.radicicristiane.it


Dal Sacro Romano Impero all'ONU

Cedendo alle pressioni di Napoleone Bonaparte, il 6 agosto del 1806, l’Imperatore Francesco I di Asburgo Lorena decretava lo scioglimento del Sacro Romano Impero, l’istituzione creata mille anni prima da Carlo Magno, nella notte di Natale dell’anno 800.

In Germania il settimanale Der Spiegel ha dedicato la copertina ad un ampio servizio su questo anniversario. In Italia non se ne è parlato. Eppure la storia del Sacro Romano Impero è profondamente legata alla storia del nostro Paese ed ancora di più è legata alla storia d’Europa, perché è una delle espressioni più alte delle sue radici cristiane.

D’altra parte, la storia delle istituzioni politiche di ieri ci aiuta a comprendere meglio la realtà di oggi. La storia del Sacro Romano Impero, con le sue ombre e con le sue luci, è la storia della realizzazione millenaria di un grande ideale. La storia delle istituzioni internazionali che ad esso sono succedute nel Novecento, e in particolare delle Nazioni Unite, è la storia del fallimento di una grande utopia.
Il Sacro Romano Impero è la versione, per così dire istituzionale, di una comunità politica e religiosa, la Cristianità, che, sotto la guida di due distinte autorità, il Papa e l’Imperatore, ha riunito i popoli europei fino al XVI secolo.

Il Protestantesimo lacerò l’unità religiosa della Cristianità. La Pace di Westfalia del 1648, che chiuse la guerra politico-religiosa dei Trent’Anni, ne sancì il tramonto. A Westfalia si formò un’organizzazione internazionale di Stati sovrani e indipendenti, fondata sui principi dell’equilibrio e della ragion di Stato che svincolavano da qualsiasi punto di riferimento trascendente.

In Germania, l’Impero diventò solamente una confederazione di principati e di città (circa 350), con un capo nominale, l’Imperatore, assistito da una dieta senza autorità. Poi, nel 1806, la fine.

Come tutto il resto d’Europa, l’Impero asburgico fu scosso profondamente dalla Rivoluzione Francese e dalle ambizioni di Napoleone Bonaparte. Il Congresso di Vienna, presieduto dal cancelliere austriaco Clemens von Metternich, sancì il nuovo equilibrio europeo dopo le guerre napoleoniche. Tra il 1806 e il 1918, l’Austria raccolse l’eredità simbolica del Sacro Romano Impero. La Grande Guerra si propose tra i suoi fini primari, la distruzione dell’Impero asburgico, considerato un residuo della concezione medievale della società. Lo squilibrio generato dai Trattati di Parigi del 1919-1920 favorì i due “fratelli nemici” che entrarono pressoché contemporaneamente sulla scena negli anni Venti: bolscevismo e nazismo.

I Trattati di pace segnarono la fine di quattro grandi Imperi: l’austriaco, il tedesco, il russo e l’ottomano. Le conseguenze della scomparsa di quest’ultima istituzione andrebbero oggi ripensate. L’Impero Ottomano rappresentava un interlocutore politico e religioso per l’Occidente. La sua disgregazione creò quella realtà magmatica e pluriforme che costituisce uno dei grandi problemi che oggi l’Islam pone all’Occidente. Sulle rovine dell’Impero Ottomano si affermò la Repubblica turca guidata da Kemal Ataturk, ma fu proprio in Turchia che iniziarono a svilupparsi, fin dagli anni ‘30, i movimenti islamici fondamentalisti, in reazione al processo di laicizzazione della società promosso dallo stesso Atakurk. 

Dalla Società delle Nazioni all’Organizzazione delle Nazioni Unite


A Parigi, il Presidente americano Woodrow Wilson propose un nuovo ordine mondiale da costruirsi sulle ceneri dell’ordine antico. Egli si presentava come il profeta di una nuova era in cui le nazioni libere avrebbero finalmente trovato la via del progresso, della giustizia, della pace.

In uno dei suoi famosi Quattordici Punti, Wilson proponeva di creare una Lega delle Nazioni che avrebbe dovuto fornire garanzie reciproche di indipendenza politica e territoriale ai piccoli quanto ai grandi Stati. Quest’idea della Società delle Nazioni nacque quindi nel 1920, con sede a Ginevra, la prima organizzazione sopranazionale moderna.

La Società delle Nazioni, non ottenne tuttavia i risultati sperati. Il Senato americano rifiutò di ratificare lo Statuto della Società delle Nazioni di cui lo stesso Presidente americano era stato promotore. Mentre gli Stati Uniti imboccavano la via dell’isolazionismo, la Società delle Nazioni, la cui direzione politica veniva affidata soprattutto all’Inghilterra e alla Francia, riconobbe come soggetti della Lega solo gli Stati giuridicamente già configurati e respinse le richieste delle popolazioni non ancora costituite come nazioni.
 
La Società delle Nazioni svolse tra le due guerre un ruolo di spettatore passivo degli avvenimenti internazionali, come dimostra l’inazione di fronte alla politica aggressiva della Germania nazista. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale segnò la fine della Società delle Nazioni, ormai ridotta al rango di notaio del caos internazionale. Essa venne formalmente abolita nel 1946.

L’eredità “morale” della Società delle Nazioni fu raccolta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), creata dalla Conferenza internazionale di San Francisco del 1945.

La nuova istituzione, con sede a New York e un numero di Stati membri destinati a passare dagli originari 51 agli attuali 192 (dopo la recente ammissione del Montenegro), rappresentava l’esperimento politico più ambizioso nella storia della nostra epoca.

Sul piano del diritto internazionale, la storia dell’ultimo dopoguerra è stata però la storia dei fallimenti dell’ONU, proprio come il primo dopoguerra aveva visto il fallimento dell’utopia universalistica della Società delle Nazioni.

Nella prima di fase di vita, le cause più evidenti della debolezza dell’ONU sono stati i gravi contrasti di ideali e di vita fra i suoi componenti, soprattutto quelli fra i due “grandi”: USA e URSS. Uno dei problemi di fondo che successivamente emerse fu inoltre la contraddizione mai risolta tra la vocazione universalistica dell’organizzazione e il rispetto della sovranità degli Stati membri che ne fanno parte.

Le contraddizioni tra questo principio e l’aspirazione universalistica del sistema internazionale contemporaneo sono state messe in luce soprattutto dalla guerra contro la Serbia del 1999. Per la prima volta dal 1945, infatti, una coalizione di nazioni, senza l’avallo dell’ONU e sotto la guida della Nato, condusse una guerra offensiva contro uno Stato sovrano di cui si disapprovava la politica interna. Ciò non era accaduto nei confronti della dittatura sovietica né di nessun altro regime marxista al potere nel mondo del dopoguerra.

A differenza della Guerra del Kosovo, condotta dalla comunità internazionale in nome del principio della “ingerenza umanitaria”, la guerra contro l’Iraq, come quella contro l’Afghanistan, è stata intrapresa non per imporre astratti principi democratici, ma per difendere i primari “interessi nazionali” di una coalizione di Stati sovrani.

In Iraq, la ragione ultima dell’intervento americano, come ha spesso ripetuto il presidente Bush americano, non è stata infatti la “democratizzazione” del Paese, ma la necessità di disarmare il dittatore iracheno per tutelare la sicurezza interna ed internazionale degli Stati Uniti e dell’Occidente.

Anche in questo caso, però, l’ONU ha rivelato la sua impotenza, come oggi sta accadendo di fronte alla minaccia dell’armamento nucleare iraniano. La realtà è che oggi si discute molto sull’inevitabile scomparsa degli Stati nazionali, ma meglio delle organizzazioni internazionali, gli Stati nazionali sembrano in grado di far fronte alla guerra simmetrica apertasi nel mondo dopo l’11 settembre.

In sessant’anni di storia, celebrati nel settembre 2005 a New York, gli sforzi per governare le crisi internazionali sono stati poderosi, ma i risultati esigui.


L’ONU come incubatrice di ideologie

In questo sessantennio, l’ONU è stata, nel migliore dei casi, un luogo di discussione e di mediazione; più spesso, uno strumento politico che, in passato è stato accusato di servire gli interessi americani, ma che in realtà, fin dalla presidenza Waldheim, negli anni Settanta del Novecento, ha coagulato varie forme, anche estreme, di antiamericanismo.
 
Soprattutto dopo la crisi irachena del 2002-2003, il multilateralismo dell’ONU è stato direttamente o indirettamente contrapposto all’unilateralismo americano. Oggi, le Nazioni Unite sembrano avviarsi a divenire lo strumento per il containment dell’Impero americano, così come la Nato lo fu per l’Unione Sovietica. L’attacco all’Occidente sferrato durante la Conferenza mondiale sui diritti umani svoltasi a Durban, in Sud Africa, nell’agosto 2001, appena prima dell’attentato terrorista delle Twin Towers, è stato a questo proposito significativo.

Anche i difensori ad oltranza dell’ONU ammettono la pochezza dei risultati raggiunti. Essi sostengono però che il principale contributo dato dall’ONU nel secondo dopoguerra sia stato di carattere non tanto politico, quanto intellettuale. L’ONU, impotente sul piano politico, si sarebbe affermata come l’organismo internazionale leader nell’elaborazione e nella difesa dei diritti umani.

Ora, è vero che il principale ruolo finora giocato dall’ONU sulla scena internazionale è stato intellettuale, piuttosto che politico. Non è un caso che una delle poche riforme finora approvate dall’Assemblea è stata la creazione del Consiglio per i diritti umani, istituito nel maggio 2006, pur con il voto contrario degli Stati Uniti. Ma è proprio su questo piano che l’ONU sta rivelando il suo volto di pericolosa utopia, come hanno dimostrato i libri di Michel Schooyans Il volto nascosto dell’ONU. Verso il Governo mondiale, (Il Minotauro, Roma 2003) e Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, Contro il Cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia (Piemme, Casal Monferrato 2005).

Vecchi e nuovi diritti

Oggi la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 che, nel secondo dopoguerra, ha costituito la fonte di legittimazione dell’attività dell’ONU, sta cedendo il posto ad un nuovo catalogo di “diritti” tra i quali si annoverano l’aborto, la contraccezione, l’eutanasia, l’educazione sessuale obbligatoria, “l’orientamento sessuale” fondato sul “gender”, i cosiddetti “diritti riproduttivi”.

Conseguenze di questa vera e propria “rivoluzione culturale” sono la dissoluzione di ogni “identità” stabile dell’uomo, la trasformazione della famiglia in “luogo di oppressione” per la donna ed i “minori”, la riduzione della vita umana a mero materiale biologico da utilizzare in laboratorio e, in una parola, la costruzione di una nuova utopia, che si aggiunge a quelle novecentesche all’origine di milioni di morti materiali e spirituali.

Il peggio è che l’imposizione di questa “nuova” visione utopistica ai Paesi del Terzo Mondo sembra costituire lo scopo principale di buona parte delle organizzazioni internazionali gravitanti nell’orbita dell’ONU e della stessa Unione Europea; ciò avviene spesso in modo coercitivo, condizionando gli aiuti finanziari alla realizzazione di programmi legati ai “diritti riproduttivi” o ad altri presunti diritti.

La minaccia di questo nuove utopie è sotto gli occhi di tutti. Il ritorno ai principi perenni che animarono la Cristianità nei secoli passati è l’unica via per una rinascita della nostra società.


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