1940: circa 25.000 prigionieri di guerra polacchi vengono trucidati nella foresta di Katyn, in Polonia. Freddati con un colpo alla nuca e sepolti in fosse comuni, della loro fine non si saprà nulla per tre anni. Nel ’43 la scoperta dei loro resti viene resa nota dalla radio tedesca.
Chi è il responsabile del massacro? I sovietici, artefici dell’eccidio, si affrettano ad accusare i nazisti e la loro versione regge per oltre un cinquantennio, appoggiata dagli Alleati che preferiscono “tenersi buono” Stalin, il quale sta sostenendo i maggiori sforzi nel tentativo di sconfiggere Hitler.
L’apertura degli archivi sovietici, dopo la disgregazione dell’URSS (1991), ha permesso di ricostruire la verità su Katyn e sui meccanismi criminali che hanno caratterizzato il regime comunista sovietico.
Sul “caso Katyn” e sulle prospettive democratiche dell’ex Unione Sovietica abbiamo interrogato lo storico Viktor Zaslavsky, ordinario di Sociologia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli.
Il massacro di Katyn è un esempio emblematico della prassi politica staliniana?
Assolutamente sì. Quel che è accaduto a Katyn rappresenta una manifestazione della “sindrome totalitaria” che consiste nella caratteristica, comune a tutte le ideologie, di rappresentare la società come un organismo in sviluppo verso la perfezione finale e di considerare l’uomo non in base alla responsabilità individuale, ma come rappresentante di un “gruppo”.
La classe al potere ha il compito di eliminare ogni ostacolo sulla marcia del progresso, anche se l’intralcio fosse costituito da esseri umani. Così, mentre il nazismo propugna la superiorità della razza ariana (da cui il genocidio degli ebrei), il comunismo usa il medesimo criterio con le classi sociali, attuando una serie di “pulizie di classe”. Sia per i nazisti che per i sovietici, l’eliminazione dei “gruppi” condannati dalla storia era una necessità “oggettiva”, svincolata da qualsiasi colpa individuale.
La strage di Katyn dimostra nella pratica l’equivalenza tra i due totalitarismi, accomunati anche dal terrore di massa, dalla violenza applicata scientificamente.
Perché l’Occidente ha sempre “chiuso un occhio” dinanzi ai crimini sovietici?
Il motivo di tale atteggiamento da parte delle due maggiori potenze alleate (Stati Uniti e Inghilterra) durante la Seconda Guerra Mondiale è palese: si accetta il male minore nella prospettiva di sconfiggere il male peggiore: Hitler.
Dopo la vittoria, in effetti, la politica di censura non ha più ragion d’essere e invece durerà fin oltre il 1989. Un rapporto del Foreign Office che ricostruiva la verità su Katyn concludeva così: «Dobbiamo ricordare questo avvenimento sempre e non parlarne mai». Anche gli Stati Uniti insabbiarono la documentazione su Katyn, ma solo fino ai primi anni Cinquanta; gli inglesi, invece, hanno mantenuto il segreto perché l’URSS era un importante partner commerciale.
I sovietici avrebbero voluto chiudere il caso Katyn durante il processo di Norimberga, liberandosi per sempre della responsabilità del massacro, ma non ci riuscirono. Gli Alleati non potevano permettere che essi fossero esplicitamente accusati, ma i giudici finirono con il decretare che, poiché il crimine non era stato compiuto dai nazisti, la Corte non aveva mandato per condurre ulteriori inchieste.
Di certo però, i sovietici riuscirono perfettamente a chiudere il caso nelle coscienze del variegato schieramento che aveva contribuito a battere il Terzo Reich. L’archiviazione del caso Katyn può rappresentare la data di nascita del peculiare atteggiamento di distratta indifferenza verso i crimini comunisti. Una tendenza, in effetti ancor oggi non del tutto esaurita, alla minimizzazione obbligatoria di crimini che solo da poco stanno venendo alla luce.
Perché è finita l’Unione Sovietica?
È finita perché un sistema basato sul monopartitismo, sull’assenza di libertà politica, sulla pianificazione centrale dell’economia e sulla militarizzazione della società non teneva più il passo con lo sviluppo tecnologico. Il sistema sovietico non è stato abbattuto da una rivoluzione, ma è imploso schiacciato dalle sue stesse contraddizioni e dallo spreco di energie e di risorse spese nella costruzione di armi di distruzione.
Gorbaciov: ultimo leader comunista o primo leader postcomunista?
Gorbaciov è stato entrambe le cose, e ciò fa di lui una figura tragica, con un piede nel passato e l’altro nel futuro. Egli si prefiggeva l’obiettivo concretamente irrealizzabile di traghettare l’Unione Sovietica verso la liberalizzazione e l’economia di mercato, eliminando il predominio del Partito Comunista, conservando al tempo stesso l’unità territoriale dell’URSS. Una contraddizione in termini, a ben vedere.
Prendiamo il caso delle Repubbliche Baltiche: con un referendum democratico esse hanno deciso la propria indipendenza e sono uscite dall’Unione; per non lasciarle uscire il potere centrale avrebbe dovuto trattenerle con la forza… ma allora non ci sarebbe stata più democrazia. Analogo il caso dell’ex-Jugoslavia per la quale molti Paesi europei auspicavano, utopisticamente, un futuro di unità e democrazia.
Quanto è cambiata la Russia da Gorbaciov a Putin?
È cambiata notevolmente. Con Gorbaciov si parlava ancora di URSS, con Putin si parla di Russia. Si è avuta una transizione piuttosto complessa costituita dalla combinazione di tre processi: la transizione democratica, dal regime monopartitico al pluralismo politico; la transizione dall’economia a pianificazione centrale ad un’economia di mercato, ancora imperfetta, se vogliamo, ma comunque non più statalizzata; infine il passaggio da una società industriale con preminenza della produzione manifatturiera a quella postindustriale in cui predominano informazione e servizi.
Anche il complesso militare è stato notevolmente ridotto. La prima fase della transizione ha portato a una caduta verticale della produzione, dell’occupazione e del tenore di vita. Dalla fine degli anni ’90 durante la presidenza di Vladimir Putin la Russia è entrata nella seconda fase, in cui produzione e produttività aumentano, il tenore di vita dei cittadini migliora e si assiste a un generale consolidamento economico e politico.
Ultimamente però il processo di riforme ha cominciato a rallentare a causa della la congiuntura del mercato mondiale energetico, particolarmente favorevole alla Russia; la guerra in Cecenia e la deriva autoritaria subita dal sistema politico al punto che si sta consolidando una nuova élite politica, dominata da rappresentanti dell’esercito e degli organi di sicurezza.
C’è democrazia nella Russia di Putin?
Possiamo parlare senz’altro di “democrazia procedurale”. Oggi – cosa che dal 1918 al 1991 non è mai avvenuto – in Russia ci sono elezioni democratiche, i cittadini possono eleggere liberamente i propri rappresentanti in parlamento. Si tratta di un primo passo – che è già di per sé una grande conquista dopo il crollo dell’URSS – verso la realizzazione di una “democrazia sostanziale” ancora lontana.
Attualmente in Russia c’è una sorta di “autoritarismo morbido” concretamente diverso dal precedente totalitarismo, e le differenze le vediamo nel fatto che oggi per i russi c’è libertà di movimento, di cambio valutario – l’inconvertibilità del rublo ai tempi dell’URSS costituiva uno dei maggiori limiti alla libertà di movimento e di mercato –, di collegarsi al mercato internazionale.
A fronte di ciò, però, sussiste una limitata libertà di stampa, i mass media sono controllati dal governo ed esiste ancora un complesso militare-industriale e un forte apparato di sicurezza.
BOX:
L’“affaire” Litvinenko
Il 23 novembre 2006 muore Aleksandr Litvinenko, dissidente, ex agente del KGB, avvelenato dal polonio-210. Nel 2002 aveva pubblicato il libro Blowing up Russia: Terror from Within, in cui accusava l’intelligence russa di essere responsabile degli attentati dell’agosto-settembre 1999, che provocarono oltre 300 morti. Gli atti terroristici, attribuiti ai separatisti ceceni, sarebbero stati realizzati per giustificare la ripresa delle operazioni militari in Cecenia.
Con un altro libro (Gang from Lubyanka) Litvinenko accusava il Presidente russo Putin di essere il committente degli attentati. Mentre moriva in ospedale, a Londra, l’ex agente del KGB ha accusato ancora Putin di essere il mandante del suo avvelenamento e dell’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja.
La Politkovskaja – nota per i reportage sulle violazioni dei diritti umani e civili in Russia – era stata trovata morta il 7 ottobre 2006 nell'ascensore del suo palazzo, a Mosca. Lascia incompiuta un’inchiesta sulle torture attuate dai russi in Cecenia. La polizia ha subito sequestrato il computer, i documenti, gli archivi e le fotografie trovate nel suo appartamento.
Nel libro La Russia di Putin aveva scritto che «diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del KGB che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà».
Chi tocca Putin muore?