Tra il 13 e il 16 agosto tredici fedeli cristiani sono stati crocifissi in Sudan da estremisti islamici vicini ad Al Qaeda. È quanto ha denunciato ai microfoni di Radio Vaticana, il 15 ottobre, mons. Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi meridionale di Tombura Yambio.
Le vittime dell’eccidio sono state inchiodate alle mani e ai piedi e lasciate morire lentamente per dissanguamento tra atroci sevizie. Il 13 agosto alcuni ribelli provenienti dal Nord dell’Uganda e appartenenti alla Lord’s Resistance Army sono entrati nella chiesa della parrocchia del vescovo africano e hanno preso 17 persone in ostaggio; sette di loro sono state uccise, trucidate e crocifisse agli alberi. Tre giorni dopo, nella parrocchia di Nzara, è accaduta la stessa cosa: hanno preso 12 persone e 6 sono state crocifisse.
Episodi agghiaccianti come questo sono frequenti in Sudan. Mons. Kussala parla di «un vero e proprio martirio» organizzato da miliziani preparati dai talebani in campi di addestramento afgani. In origine erano gruppi ugandesi, ma da qualche anno reclutano gente dal Sudan, dal Congo e dalla Repubblica Centroafricana.
Il loro leader era un cristiano, e anche alcuni dei suoi comandamenti, ma a quanto pare esiste un legame con l’Islam. All’inizio i ribelli dicevano di voler «educare l’Uganda ai dieci comandamenti di Dio», ma è chiaro, secondo mons. Kussala, che quello che fanno non ha niente a che vedere con i comandamenti. Da quattro anni vivono nelle foreste della zona, attaccano villaggi, uccidono sul posto quelli che fanno resistenza, compreso gli anziani, o li bruciano nelle loro case. Prendono anche le persone più giovani, i bambini, ragazzi e ragazze, per indottrinarli e cambiare il loro modo di pensare.
Secondo il vescovo di Tombura Yambio l’aumento delle violenze nel suo Paese è legato alle elezioni politiche del 2010 e al referendum sull’autodeterminazione delle regioni del sud in programma nel 2011. A minacciare i prossimi appuntamenti elettorali sono i gruppi vicini al governo di Khartoum, che ricorrono alla violenza contro i cristiani.
Mons. Kussala sottolinea che nonostante la paura dei fedeli, tali avvenimenti fortificano la fede della gente, che continua ad andare in chiesa e a «vivere la riconciliazione e la pace».