
L’arte della terracotta invetriata di Luca e Andrea Della Robbia, dei figli di Andrea e della bottega dei Buglioni attraversa il Quattrocento e il Cinquecento.
Il pittore e biografo Giorgio Vasari nel 1550 la definiva «un’arte nuova utile e bellissima», attribuendo così grande rilevanza all’invenzione di Luca Della Robbia (1399/1400-1482). Tale giudizio è ancora più significativo se si considera il dibattito che in pieno Cinquecento tendeva a risolvere l’annosa questione su quali fossero le arti degne d’essere definite tali e quali quelle minori.
Poteva essere annoverata tra le “arti sorelle” (pittura, scultura e architettura) una pratica che prevedeva che la materia non fosse tolta, né aggiunta, bensì plasmata dalle mani dell’uomo?
I prodotti in ceramica richiamano la scultura, ma sono dipinti: sono un perfetto connubio tra le tecniche artistiche, dunque, e hanno il pregio di collegare le arti primarie a quelle decorative suntuarie, quali la maiolica, la porcellana, l’oreficeria, gli smalti, le vetrate e il mosaico.
La mostra allestita dal 21 febbraio al 7 giugno 2009 nel Museo d’Arte Medievale e Moderna della città d Arezzo nasce da queste considerazioni e raccoglie una splendida selezione di manufatti del XV e XVI secolo. Sono formelle, lunette, vasi, piatti, statue di varie dimensioni, bassorilievi e altorilievi; le scene rappresentate sono perlopiù sacre e devozionali: Maria con il Bambino Gesù, l’Annunciazione, santi, e qualche figura allegorica.
Ciò che colpisce il nostro occhio, abituato alla statuaria classica bianca e immacolata, così come ci è giunta attraverso i secoli, è la colorazione decisa delle parti smaltate che alternano il bianco a colori caldi e vivaci.
Le maioliche più antiche presenti in mostra, risalenti alla metà del Quattrocento, sono meno variegate nella scelta cromatica e si basano essenzialmente sui contrasti del bianco, dell’oro e dell’azzurro, molto amato per gli sfondi.
Più avanti nel tempo invece gli accostamenti si fanno più audaci e le parti dipinte e invetriate si combinano nella composizione fino a dare la sensazione di essere davanti a un quadro tridimensionale incredibilmente luminoso.
Dalla scultura alla maiolica
Il creatore della particolare terracotta invetriata prodotta a Firenze dal 1440 in poi è Luca Della Robbia, scultore di marmo formatosi in pieno Rinascimento artistico e culturale. Si sa tuttora poco sui primi anni di attività del giovane, ma certamente fu partecipe delle tendenze stilistiche del tempo espresse principalmente, in ambito scultoreo, da Nanni di Banco, esponente di una salda vena classicista, e da Donatello, promotore di un vigoroso rinnovamento plastico.
Luca si pone in un certo senso a metà fra queste linee direttive, non prescindendo mai dallo studio degli antichi e dall’acuta osservazione delle tecniche d’intaglio utilizzate nel passato. Il raffronto fra l’interpretazione dell’antico data da Luca e quella data da Donatello evidenzia la capacità del primo di creare figurazioni di un aulico e rigoroso classicismo, rispetto alla maggior vivacità d’inventiva e di lavorazione della pietra dell’altro.
Nel 1427 entrambi gli artisti lavorano presso la bottega di Lorenzo Ghiberti che aveva il compito di realizzare la porta est (detta Porta del Paradiso da Michelangelo) per il battistero del Duomo.
Ghiberti in quell’occasione raccoglie intorno a sé collaboratori esperti e in grado di condurre il lavoro anche in autonomia; Donatello era all’epoca già noto per le proprie imprese artistiche, e Luca, più giovane, aveva già una formazione completa come scultore.
Nel 1431 Luca ottiene la commissione che determina il suo avanzamento artistico sulla scena fiorentina: una delle due cantorie per l’organo di Santa Maria del Fiore, mentre l’altra viene affidata a Donatello. Anche in questo caso gli artisti si trovano affiancati, permettendo a noi un confronto immediato. Ecco dunque la splendida balconata di Della Robbia, che si fa limpido interprete di un rigoroso equilibrio compositivo e sbalza con eleganza le figurette dei musici e dei cantori collocati negli spazi aperti tra gli architravi classici e le colonne scanalate.
A questo pacato ordine risponde Donatello con un’opera in cui è forte il riferimento all’architettura paleocristiana che viene utilizzata, in questo caso, per creare uno spazio aggettante rispetto al fondo, dove le figure di putti corrono e ballano sfrenate come se fossero su un palcoscenico. Il movimento della composizione è ulteriormente rafforzato dal balenio luminoso di tessere vitree, a foglia d’oro o colorate, che fanno letteralmente rilucere la balconata.
«La maravigliosa pratica nella terra»
La cantoria di Della Robbia, in confronto a quella di Donatello, è in ombra e non evidenzia la plasticità del raffinato intaglio delle figure. È probabile che la problematica legata alla luminosità delle opere, che spesso potevano essere poste in zone d’ombra nelle chiese, come anche nelle strade e nelle residenze private, abbia portato l’artista a sperimentare la tecnica della terracotta invetriata.
La “meravigliosa pratica”, come è definita da Vasari, è applicata per la prima volta da Luca nel 1441 nel tabernacolo destinato alla cappella maggiore della Chiesa di Sant’Egidio nello Spedale fiorentino di Santa Maria Nuova; qui tessere luminose e inserti di terracotta smaltati conferiscono un luccichio prezioso all’opera.
Sembra che l’interesse di Della Robbia per la lavorazione della ceramica sia stato stimolato anche dall’amicizia con l’umanista Niccolò Niccoli, appassionato di antiquariato e collezionista di splendide maioliche orientali.
Mentre i suoi contemporanei praticano la scultura e la terracotta dipinta con la quale eseguono prevalentemente Madonne col Bambino devozionali, Luca, dagli anni Quaranta in poi, si dedica all’invetriatura applicata ai rilievi: le sue statue maiolicate sono assolutamente innovative, sono il risultato eccellente di più tecniche artistiche mescolate fra loro e rappresentano un passo in avanti rispetto alle conoscenze ereditate dal mondo greco-romano.
Le terracotte robbiane sono traslucide, ricoperte da uno smalto compatto, e sono policrome: i colori squillanti esaltano la luminosità della materia. Il bianco viene utilizzato per i corpi, l’azzurro per il fondo, e il verde con il giallo per i festoni decorativi.
Già dagli anni Sessanta del XV secolo il nipote di Luca, Andrea Della Robbia, proseguendo l’attività di famiglia, accentua il classicismo dei gruppi e dei rilievi scultorei prodotti dalla bottega e inserisce una variegata gamma cromatica basata sulle sfumature e meno sul contrasto dei colori. Questa tendenza rende il processo dell’invetriatura ancora più inerente alla pratica pittorica.
Nel 1498 inizia l’attività Giovanni, il figlio di Andrea, che dà un impulso nuovo allo stile delle maioliche Della Robbia: viene conferita maggior importanza alle qualità superficiali e materiche dei manufatti, rinunciando a nuove invenzioni compositive.
La terracotta invetriata non può reggere il passo con i tempi e con i risultati raggiunti dalla pittura e dalla scultura contemporanee; gradatamente, pur essendo nata nel pieno della temperie culturale rinascimentale, diventa una pratica artistica specialistica e di nicchia, pur conservando un grande successo, soprattutto in ambito popolare.
Ancora per tutto il Cinquecento la tecnica dei Della Robbia continua a produrre opere meravigliose grazie al lavoro della bottega di famiglia e della bottega di Benedetto e Santi Buglioni che apprende e prosegue la lavorazione della maiolica.
A noi restano i prodotti di una tale bellissima tecnica d’arte quali ornamenti delle architetture e degli spazi domestici e religiosi. Attraversando le valli del territorio aretino, dove è segnalata la maggior diffusione dei manufatti robbiani, è possibile ancora oggi scoprire inaspettati tesori.