Clicca per andare alla Home Page

Radici Cristiane n. 56 - Luglio
Vai ai contenuti di questo numero

E' uscito il numero 56 di Luglio

EditorialiAttualità, Politica e SocietàSpecialiDossierNotizie dal mondoFede, Morale e TeologiaScienzaStoriaTesori d'ItaliaTesori d'EuropaArte e CulturaLettureLettereAgenda
home la rivista archivio copia omaggio abbonamenti contatti

San Tommaso d'Aquino

GILBERT K. CHESTERTON - Lindau, Torino 2008, pp. 200, € 16.50


«Voi lo chiamate “Bue Muto”: ma io vi dico che questo bue muggirà così forte che lo si sentirà in tutto il mondo». Così Alberto Magno, durante una delle sue lezioni all’Università di Colonia, a proposito di un allievo che tutti dileggiavano perché grande, grosso e taciturno, scambiando il suo umile silenzio per insipienza. E quel “Bue Muto” doveva infatti cambiare le sorti della cultura mondiale, “riabilitando” Aristotele e fungendo da cerniera tra mondo classico e mondo cristiano. Alberto Magno parlava infatti riferendosi a san Tommaso d’Aquino, oggetto di un saggio godibilissimo di Chesterton, recentemente ripubblicato da Lindau assieme all’altro scritto chestertoniano su san Francesco.


Un passaggio fondamentale del lavoro dell’apologista inglese contrappone la rivoluzione culturale tomista alle altre rivoluzioni: la maggior parte di esse non fu che una serie di ridicole contro-rivoluzioni o meglio “rivoluzioni contrarie”. L’analisi delle mode femminili, ad esempio dalla recente liberazione femminile che era una sorta di rivolta non solo contro il preteso maschilismo, ma soprattutto contro la “moda” delle suffragette, che a sua volta si opponeva alla cultura femminile amante di Byron, che la generazione precedente considerava invece come una sorta di proto-bolscevico. Così, risalendo nei secoli, il puritanesimo era stato una ribellione al lassismo del periodo precedente, e via discorrendo. «Soltanto un pazzo può sostenere che queste cose abbiano portato un progresso, trattandosi semplicemente di questioni che prima andavano in un verso e poi in un altro» conclude sconsolato Chesterton.


Cambia invece veramente tutto con il superamento di Platone ed il recupero di Aristotele. Tanto che l’Inglese scrive: «quando i moderni, tirando la più scura tenda dell’oscurantismo, decisero che non c’era stato niente di importante prima del Rinascimento e della Riforma, cominciarono il loro iter moderno cadendo in un errore madornale: quello del platonismo». Il neoplatonismo (ma giustamente Chesterton sottolinea che si tratta di un neo-neoplatonismo anticlericale, quello originale essendo molto vicino alla Chiesa delle origini) era caratterizzato in particolare da due pericolose diversioni: l’amore per l’astrologia e l’universalismo. «La dipendenza dagli antichi è tuttora talmente forte che nel mondo moderno sopravvivono entrambe. L’astrologia campeggia nei giornali della domenica e l’altra teoria trova la sua ennesima espressione nel comunismo». Evidentemente, in mezzo secolo non è cambiato molto…


Chesterton continua a sottolineare l’azione dirompente della Riforma Protestante e del Rinascimento, capaci di spezzare una continuità con la tradizione che non era stata interrotta neppure dalle invasioni barbariche o dal Sacco di Roma («eventi marginali» li definisce lo scrittore, evidenziando ancor più come le rivoluzioni siano essenzialmente un fatto culturale). E questo anche in positivo, come ricorda mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, nella sua introduzione: mentre la Rivoluzione Francese «dal punto di vista della popolarità, non può vantare alcuna consistenza», quella culturale realizzata da san Tommaso «è una rivoluzione autenticamente popolare, una delle più grandi rivoluzioni popolari che l’Occidente abbia mai avuto».

(RC n. 41 - Gen/Feb 2009)