I tre inverni della paura
GIAMPAOLO PANSA - Rizzoli, Milano 2008, pp. 566, € 21.50
Il “sogno” di una repubblica comunista nell’orbita dell’URSS attraversa la mente dei capi partigiani fin dal 1943: prima con attentati che spargano il terrore tra la popolazione e impediscano una pacifica – nei limiti del possibile – convivenza con l’occupante tedesco (a differenza di quanto accadde nel sud Italia, ove i fascisti evitarono contro gli anglo-americani qualsiasi attentato che avrebbe potuto scatenare una ritorsione sulla popolazione civile); poi con l’eliminazione fisica degli avversari: non solo i fascisti, ma anche gli stessi partigiani “bianchi”, cioè non comunisti, nonché monarchici, cattolici – 110 i preti assassinati – e liberali. Del resto sembra che la “soffiata” che portò all’arresto dei famosi fratelli Cervi sia giunta proprio dai partigiani comunisti, che mal sopportavano la presenza di una banda non iscritta al partito comunista clandestino.
Di conseguenza, per paradossale che possa sembrare, l’inverno in cui gli abitanti del “triangolo rosso” (non solo di quello famigerato di Castelfranco Emilia, ma di quello più vasto delle province di Parma, Reggio e Modena) provarono maggior paura non fu quello del 1943 o del 1944, ma proprio quello del 1945, a guerra (ufficialmente) terminata, con le bande partigiane intente ad ammazzare senza posa e a costruire, per contro, la retorica dell’antifascismo, presente ancora ai nostri giorni, carica di falsità ma inamovibile.
Giampaolo Pansa ai suoi lavori sulla guerra civile aggiunge questo interessante tassello costituito da un saggio in forma di romanzo (scritto con la collaborazione di Adele Grisendi): la guerra è vista attraverso un personaggio femminile, Nora, una giovane donna lontana dalla retorica fascista (pur essendo figlia di un ex squadrista) che vive isolata in campagna. Odia Mussolini, colpevole di averle portato via il fidanzato, morto nella campagna di Russia; odia Hitler, che giudica causa di una guerra che il fascismo italiano da solo non avrebbe voluto; ma finirà per odiare ancor di più Stalin e i comunisti, che si comporteranno nelle campagne emiliane peggio dei nazi-fascisti: si contano a decine le persone assassinate dagli “squadroni della morte” dal fazzoletto rosso, che taglieggiano i benestanti, arrestano (ma sarebbe meglio dire rapiscono) chi osa soltanto opporsi e ne fanno scomparire i corpi, perché l’ansia causata dalla scomparsa di una persona getta nell’angoscia la cerchia familiare ben più del dolore di un cadavere ritrovato.
Il lavoro di Pansa è una dura accusa nei confronti dell’ANPI, l’associazione dei partigiani che, a dire dello studioso, ponendosi come una sorta di partito (verrebbe da aggiungere “armato”) nel partito comunista, tramava un disegno eversivo: far scoppiare una rivoluzione e portare l’Italia nella sfera sovietica. Le morti degli oppositori del comunismo nell’Emilia del dopoguerra erano note; ma solitamente erano state attribuite a vendette dei fascisti (questa la versione ufficiale dei vertici del PCI locale) oppure a criminali comuni. Pansa le riconduce ad un preciso disegno voluto da una consistente frangia del principale partito di ispirazione marxista: solo quando Togliatti si rese conto che il tentativo di rivoluzione non sarebbe stato possibile, si decise a intervenire, non senza emanare la famosa amnistia, che copriva tutti i delitti commessi fino alla mezzanotte del 18 giugno 1946 (si disse per far salvi anche gli autori dell’omicidio di don Umberto Pessina, parroco di Correggio, la “Stalingrado d’Italia”, assassinato alle dieci di sera di quello stesso giorno).
La cornice romanzata ha il pregio di farci percepire non solo l’orrore del carnaio voluto dai partigiani “rossi”, ma anche il terrore provato dai civili, prima taglieggiati, poi minacciati e quindi decimati dalle bande armate comuniste, con i giudici impotenti e la polizia locale collusa, essendo formata in gran parte da ex partigiani comunisti. I dati riportati sono tutti veri e, ahimé, è altrettanto vera l’atmosfera di apprensione resa ottimamente dallo scrittore, con la villa in campagna dove abita la protagonista trasformata in un vero e proprio fortino, ritornare nel quale, dopo ogni giorno lavorativo, è quasi una grazie divina.
(RC n. 38 - Ottobre 2008)