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Radici Cristiane n. 93 - Aprile
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Morte di un blasfemo

Francesca Milano - San Paolo, Milano 2012, pp. 144, € 12


Quando, nel giugno del 2010, fu assassinato mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, si disse che si trattava di un omicidio dovuto a un momento di follia del suo autista, anche se le modalità non potevano che far pensare a un omicidio rituale (presumibilmente una prova per permettere all’assassino di rientrare nella comunità islamica, dopo aver abiurato per abbracciare il cattolicesimo).

Sui giornali del tempo lo sgozzamento e la decapitazione divennero semplici “coltellate”: ma uno squilibrato può accoltellare, può sparare (se ha il porto d’armi come appunto l’autista del vescovo), può prendere il cric e romperlo sulla testa della vittima, ma non certo impegnarsi in uno sgozzamento che non avrebbe senso se non in un’ottica rituale… Eppure allora si cercò di nascondere la matrice islamica dell’omicidio e la pericolosità di una religione fanatica: le dichiarazioni successive furono infatti tutte all’insegna dell’invito al dialogo, come se il vicario fosse morto naturalmente e non orrendamente sgozzato…
Come mons. Padovese, anche Shahbaz Batthi è stato vittima del fanatismo islamico: Ministro per le minoranze religiose in Pakistan, è stato barbaramente assassinato un anno fa (il 2 marzo 2011) da una cellula di Al Qaeda, accusato di essere troppo indulgente verso le religioni diverse dall’islamismo.

E l’accusa era vera: effettivamente Batthi era attento alle problematiche delle religioni diverse dall’islam, perché egli stesso era cattolico. Ma la fede del Ministro era, agli occhi dei suoi assassini, non una giustificazione, bensì un’ulteriore colpa. E così il commando che lo ha trucidato ha esploso trenta colpi di arma da guerra per uccidere un uomo che viaggiava senza scorta e senza auto blindata: un’evidente prova di forza o meglio una palese intimidazione.
Di conseguenza la polizia locale non si è attivata e, di fronte a un evidente omicidio di matrice islamica, si è cercato immediatamente di depistare le indagini, indirizzandole verso questioni di natura strettamente politica o di inimicizie personali.

A un anno dal delitto, perché la figura di Bhatti non venga dimenticata, Francesca Milano, giornalista del Sole 24 Ore compie una accurata ricostruzione non solo delle ultime ore del ministro pakistano, ma dell’atmosfera in cui un non islamico – e in particolar modo un cristiano – si trova a vivere in Pakistan o in altri Paesi limitrofi a maggioranza musulmana.

Educato dai genitori alla vera religione, fin da piccolo Shahbaz Batthi poté constatare l’ottusità e l’ostilità della maggior parte delle persone di diversa fede che lo circondavano: quando Shahbaz aveva tredici anni chiamò la polizia perché un suo amico cristiano era stato malmenato, in virtù della sua fede, da alcuni coetanei musulmani e fu duramente colpito nel vedere che la polizia prendeva le parti degli assalitori, costringendo il ragazzo cristiano a scusarsi con chi lo aveva picchiato.

Un episodio “normale” in una terra, il Pakistan, in cui si può impunemente violentare la propria cameriera cristiana e bruciarla per evitare che sporga denunzia, o dove la polizia prima violenta una cameriera (sempre cristiana, ovviamente) per spingerla prima a convertirsi e poi a confessare un furto inesistente e poi brucia il marito, sempre per evitare la denunzia.

Il libro di Francesca Milano non si limita a ricostruire le vicende dell’uomo politico cattolico pakistano, ma ripercorre la storia dello Stato, nato negli anni Trenta per dare maggior spazio agli oltre cento milioni di musulmani dell’India. Ma fu negli anni Settanta che esso si trasformò velocemente in uno Stato confessionale in cui la stragrande maggioranza di musulmani ha costretto sempre più gli altri religiosi (meno del 2% i cristiani, meno del 3% gli indù) a una sorta di “apartheid” religioso, in cui l’adesione all’islam comporta maggiori crediti scolastici e addirittura sconti di pena per i carcerati.

Un caso esemplare è stato il trattamento verso Asia Bibi, una giovane contadina cattolica accusata nel 2009, forse anche per non doverle corrispondere il salario, di blasfemia (in realtà aveva solo detto di non essere disposta a convertirsi all’islam e che Gesù sulla carità l’avrebbe pensata in maniera diversa da Maometto), trascinata in carcere, stuprata e quindi condannata a morte; Asia Bibi non è stata ancora “giustiziata”, ma nel 2011 il governatore del Punjab, Salmaan Taseer, è stato assassinato da un fondamentalista (una sua guardia del corpo!) perché aveva dichiarato di volerla liberare (e suo figlio è stato rapito per “patteggiare” la liberazione dell’assassino).

Il volume della Milano ci ricorda tutti questi casi di ordinaria “tolleranza” islamica, che troppo spesso l’Occidente finge di non vedere, illudendosi nella presenza di un “islam moderato” con cui sia possibile dialogare e continuando a concedere in Europa spazio eccessivo a chi non ha altro obiettivo che quello di porre una mezzaluna su tutti i campanili.
(RC n. 73 - Aprile 2012)