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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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L'arte dei Vichinghi diventati cristiani

Un viaggio in Danimarca offre molti spunti di riflessione sull’arte e sulla fede. Il paese è luterano ma torna a ospitare nelle sue chiese immagini sacre antiche e moderne. E anche nei musei i soggetti sacri sono molto presenti. Il gusto è talvolta discutibile, ma si tratta di un avvicinamento importante alla sensibilità cattolica

di Marco Ferrazzoli

La Danimarca è la più antica monarchia al mondo, come i dépliants turistici ricordano orgogliosamente e frequentemente, ma anche un Paese fortemente proiettato nel futuro, come dimostrano tante opere, tra le quali l’avveniristico ponte sull’Oresund, che con i suoi 16 km. è il secondo al mondo per lunghezza e congiunge Copenhagen con Malmoe, in Svezia. Identificare questo Paese con la Sirenetta di Hans Christian Andersen, meta di tutti i turisti da qualunque Paese, è insomma molto limitativo.

Di questa sua duplice natura – forte radicamento nella tradizione e insieme sguardo proteso in avanti – la Danimarca dà conto anche tramite il suo ingente patrimonio culturale, artistico e religioso. Basterebbero a dimostrarlo opere quali la novecentesca Grundtvigs Kirche, con la sua imponente (quasi 50 mt.) e per noi curiosa facciata, che in realtà richiama le chiesette di paese.

Oppure, sempre nella capitale, lo Statens Museum for Kunst, una delle maggiori collezioni europee, con il suo originale allestimento: non sezioni separate per periodi storici, ma una curiosa mescolanza di opere del passato e contemporanee (esposte anche su più file, fino all’altezza del soffitto).
Si percepisce così ancor meglio la continuità e la evoluzione del soggetto sacro nell’arte europea: dal “Cristo sorretto dagli angeli” del Mantegna fino all’espressionistica “Ultima cena” di Emil Nolde, per citare due delle opere più note presenti nel museo.

Discutibile ma sincera sensibilità verso il sacro

Nei quadri e nelle sculture più recenti non mancano esempi di gusto dubbissimo, ma nonostante esse si intuisce la volontà degli artisti di rappresentare il sacro mediante atteggiamenti più vicini all’uomo d’oggi, ad esempio tramite l’esperienza quotidiana e concreta del dolore e della morte, che impregna anche la rappresentazione di figure bibliche come Adamo ed Eva, i nostri progenitori.
Analoga riflessione sorge ammirando, nel tesoro reale custodito presso il Castello di Rosenborg, un calice in oro nel quale è stato incastonato un teschio in avorio con tibie incrociate: il memento mori è esplicito, anche durante l’Eucarestia. Bisogna ricordare che siamo pur sempre nel Paese dell’Amleto, della sofferenza esistenziale, del dubbio lacerante.

Proprio nel Kronborg Slot, il castello del “pallido prence danese”, la sontuosa Cappella ispira invece un’altra riflessione: quella che anche la ben nota sobrietà protestante si concilia con l’amore per il bello negli ambienti sacri (e anche per le comodità: nelle chiese si trovano panche imbottite, con tanto di diffusori acustici e di ganci per le borse…).

Questo aspetto artistico-religioso è molto interessante. I danesi sono per la quasi totalità luterani e nei secoli scorsi hanno subito un doloroso processo di spolazione degli elementi di abbellimento ecclesiale. Oggi, però, sembrano prestare una maggior attenzione a quelle opere d’arte sacra che vennero a lungo considerate come un mero “espediente” della Chiesa di Roma per attrarre i fedeli (l’accusa rovesciava, strumentalizzandola, la realtà storica per cui il mecenatismo artistico papale e ecclesiale fu fondamentale per lo sviluppo artistico italiano, soprattutto con la Controriforma).

Riscoperta dell’arte sacra

Sotto tale punto di vista, i luoghi di culto locali riservano piacevoli sorprese. Le rundkirke (tipiche chiese a pianta circolare) di Bornholm, ad esempio, conservano bei dipinti del XIII e XIV secolo e, sulle bianche mura della maggiore (dedicata a Sankt Laurentius), pitture murali gotiche.
La Domkirke di Ribe, nello Jutland meridionale, fu eretta nel XII secolo e poi adattata al culto protestante mediante l’eliminazione delle immagini sacre, oggi rivalutate mediante adeguati restauri e accompagnate da opere moderne degli anni Ottanta. Di queste ultime, di nuovo, non giudichiamo qui il gusto, a volte incomprensibile per un edificio sacro, ma la conferma di come la cultura protestante contemporanea abbia assimilato il principio “papista” dell’immagine come strumento di rappresentazione del divino (superando, forse, persino gli stessi cattolici odierni).

Così, sulle pareti candidamente intonacate della Vor Freue Kirke di Aarhus tornano a vivere immagini di santi e scene bibliche, mentre nell’arredo sacro trovano posto oggetti come modelli di navi o ancore, per noi inconsueti ma che bene si giustificano dove a celebrare e pregare è un popolo di marinai.
Il processo è importante, poiché la presenza di immagini sacre nelle chiese non è solo un arricchimento estetico e artistico, ma lo strumento di una evangelizzazione iconografica che è stata sempre importantissima per la Chiesa. Al contrario di quanto si dice spesso, la nostra non è affatto la prima “civiltà delle immagini”: anche nelle epoche passate le figure (e le musiche) servivano a trasmettere, a un popolo dei fedeli spesso analfabeta, sensazioni e concetti religiosi che non potevano essere ricevuti dalla parola scritta.

Non si manchi poi una visita alla Vor Freue Kirke di Copenhagen, per vedere le imponenti, sublimi statue di Bertel Thordvaldsen, massimo maestro del neoclassicismo danese e uno dei maggiori artisti di tale periodo. Come tutti gli artisti dell’epoca, anch’egli si recò a Roma per abbeverarsi alla fonte dei grandi del passato greco-romano, e insieme con i dettami delle giuste proporzioni e della bellezza classica, portò con sé la figura del Cristo: quello benedicente, dietro l’altare della Chiesa di Nostra Signora, abbraccia i fedeli e le due schiere dei dodici Apostoli con una forza straordinaria, che davvero non si dimentica facilmente.

Le radici cristiane sono ancora vive

Più semplicemente, e molto frequentemente, si possono trovare dietro gli altari delle chiese Crocifissi con il corpo del Cristo, al posto di quelli protestanti nei quali compaiono solo i due legni. Un pastore di Copenhagen a cui chiediamo spiegazioni, con un filo di imbarazzo, ammette che per i danesi non c’è una forte differenza di carattere teologico tra le due versioni.

Non si tratta solo di ecumenismo né di sincretismo, ma di una particolare capacità dei danesi di non smarrire del tutto le proprie radici più antiche neppure nelle più ardite evoluzioni. Lo stesso, in effetti, accadde alla fine del primo millennio, con la conversione al Cristianesimo voluta poco dopo la salita al Trono da Harald I “Dente Blu”, figlio di Gorm il Vecchio, il vichingo fondatore della dinastia che regna tuttora.
Il luogo in qualche modo più sacro della nazione è Jelling, uno splendido paesino che nella sua chiesetta conserva due pietre runiche, la più grande delle quali è considerata il “certificato di battesimo” dei danesi e fu eretta da Harald per ricordare i genitori (il corpo del padre fu spostato qui per essere tumulato in un cimitero cristiano). Su tale pietra è ancora visibile la prima immagine del Cristo comparsa in questa terra, insieme alla prima iscrizione della parola “Danimarca”.

Un messaggio, quello della coincidenza tra la conversione cristiana e la nascita della nazione, che attesta insieme l’importanza della fede per i danesi e il loro intatto “orgoglio vichingo” (la statua di un condottiero vichingo dormiente, nelle segrete del castello di Helsingor, avverte del possibile risveglio, in caso di pericolo per la nazione).
Nella cattedrale di Roskilde il connubio tra linea monarchica e fede cristiana appare ancor più maestoso: vero e proprio pantheon della corona, massimo monumento sepolcrale dei reali danesi, la Domkirke propone un monito, severo ma insieme sereno, sulla sorte terrena che attende tutti gli umani, inclusi coloro che hanno in mano i destini del mondo.


(RC n. 32 - Febb/Marzo 2008)