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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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E' uscito il numero 71 di Gennaio

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A Gaeta lo stendardo di Lepanto

Il 18 dicembre 2007 si è tenuto a Gaeta un importante convegno per celebrare l’avvenuto restauro dello stendardo che il duca di Paliano Marcantonio Colonna, Gran Connestabile della Corona di Napoli, prefetto e Capitano generale dell’Armata Pontificia, innalzò durante la Battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571, e che donò alla città di Gaeta quando sbarcò durante il suo trionfale ritorno per dirigersi verso Roma. Il restauro è stato effettuato dal Laboratorio Colalucci a cura della Soprintendenza Beni Artistici del Lazio, per iniziativa dell’arcivescovo di Gaeta mons. Fabio Bernardo D’Onorio. Al convegno sono intervenuti, fra gli altri, mons. Carlo Chenis, vescovo di Civitavecchia e il prof. Roberto de Mattei, direttore della nostra rivista, di cui pubblichiamo ampi stralci del suo discorso.

di Roberto de Mattei

L’11 giugno 1570 a Roma, il Papa Pio V, deciso a intervenire contro la minaccia turca nel Mediterraneo, nominava prefetto e capitano generale dell’Armata Pontificia, Marcantonio Colonna, duca di Paliano e Gran Connestabile della Corona di Napoli. Marcantonio Colonna, che aveva allora 35 anni ed era nel pieno del suo vigore, mosse dal suo antico palazzo in Piazza Santi Apostoli verso il Vaticano, rivestito di una magnifica armatura e seguito da un corteo di nobili e di cavalieri.

Il Papa ricevette il duca di Paliano nella Cappella Pontificia e dopo la celebrazione della Santa Messa, lo investì delle insegne del comando della flotta e gli affidò lo stendardo che aveva appena benedetto.

Era questo stendardo, secondo la descrizione che ne ha fatto un testimone, Cornelio Firmano, cerimoniere pontificio sotto Pio V, un labaro che recava dipinto su un fondo di damasco rosso, il Crocifisso tra gli Apostoli Pietro e Paolo, con le parole: “IN HOC SIGNO VINCES”.
Marcantonio Colonna, prendendo fra le mani il vessillo, giurò di voler essere fedele difensore della Chiesa romana e di adoperarsi con tutte le forze, contro i nemici che minacciavano l’Europa e la Chiesa (…)

La Lega Santa

Michele Ghislieri, domenicano, Papa dal 1566 con il nome di Pio V, vedeva nella difesa della Cristianità uno dei primi obiettivi del suo pontificato. Malgrado le difficoltà, derivanti dai contrasti tra gli Stati europei, e dopo faticose trattative diplomatiche, egli riuscì a concludere il 20 maggio del 1571, una Lega tra i principi cristiani. Fu scelto come capo dell’Armata cristiana un giovane di 25 anni, don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’Imperatore Carlo V e fratellastro del Re di Spagna Filippo II. A lui il Papa affiancò il più esperto Marcantonio Colonna, conformato capo della flotta pontificia.
La flotta veneziana era comandata da Sebastiano Veniero, che aveva allora 70 anni, ma che avrebbe mostrato sul campo il suo valore. Anche Genova, la Savoia, la Toscana, Mantova, Parma, Urbino, Ferrara e Malta avevano aderito con le loro galee, in tutto 208 contro le 230 turche : il più possente schieramento di forze mai messo in mare nella storia.

Il 21 giugno Marcantonio Colonna, salpò le ancore con le galee pontificie da Civitavecchia e il giorno seguente approdò a Gaeta, dove, recatosi in Duomo, tra le acclamazioni del popolo fece voto di offrire in dono a quella Chiesa lo stendardo affidatogli da san Pio V, se l’impresa fosse felicemente riuscita.

Un altro stendardo fu consegnato dal Papa all’Armata: era un vessillo di damasco azzurro che nella parte alta aveva il Crocifisso e, in basso, lo stemma di Pio V, fra quelli di Spagna e di Venezia. Il cardinale Granvella lo affidò a Napoli, a don Giovanni d’Austria, con le insegne di comandante dell’Armata.

Verso lo scontro decisivo

Il 16 settembre la flotta cristiana lasciò Messina, dove si era data appuntamento, gettò l’ancora il 5 ottobre nell’isola di Cefalonia e all’alba del 7 ottobre si trovò di fronte la flotta turca nel Golfo di Lepanto. L’armata cristiana si schierò in ordine di battaglia a forma di Croce; quella turca avanzava in forma di mezzaluna.

I turchi spararono il primo colpo di cannone. Sulla nave ammiraglia di don Giovanni d’Austria e sulla capitana di Marcantonio Colonna, furono issati allora i due grandi stendardi che erano stati benedetti dal Papa e che non dovevano essere spiegati se non nel giorno della battaglia.
Un fremito di commozione corse tra gli animi dei combattenti. Tutti, dai comandanti agli ultimi soldati si genuflessero per ricevere dai sacerdoti la benedizione, l’assoluzione sacramentale e l’indulgenza plenaria. Poi, fra lo squillar delle trombe e il rullio dei tamburi si levarono altissime grida di “Vittoria, Vittoria” e “viva Gesù Cristo”.

Al centro dello schieramento era la Reale di Spagna, con don Giovanni d’Austria; alla sua destra era la Capitana pontificia di Marcantonio Colonna, alla sinistra la Capitana veneziana di Sebastiano Venier. All’ala o corno destro era l’ammiraglio spagnolo Giannandrea Doria e all’ala sinistra il veneziano Agostino Barbarigo. Erano le undici di mattina della domenica 7 ottobre 1571.
L’urto tra le due flotte fu tremendo. La battaglia infuriò maggiormente al centro intorno alla galea di don Giovanni e alla Capitana di Marcantonio. Le navi ammiraglie turca e cristiana si speronarono l’una con l’altra, formando un campo di battaglia galleggiante, in cui giocarono un ruolo determinante le fanterie.

Trionfo della Cristianità

Il volgere del vento a favore dei cristiani decise le sorti dello scontro. Dopo cinque ore di furiosa battaglia, i cristiani rimasero quasi increduli di fronte alla completa vittoria. Più di 80 galee affondate, 117 catturate, più di 25.000 turchi uccisi: le perdite dei cristiani ammontavano a 12 galee e 7.500 uomini.
Quel giorno, a Roma, verso le 5 pomeridiane, san Pio V stava trattando di affari con il suo segretario Bussotti. Ad un tratto interruppe la conversazione, si alzò, si accostò alla finestra e vi rimase qualche tempo, come a contemplare una misteriosa scena. Poi, commosso, ritornò dal segretario e gli disse: “non parliamo più di affari, non è tempo di ciò ! Correte, a rendere grazie a Dio. Il nostro esercito consegue la vittoria”.
Questo episodio non è una leggenda: fu uno dei miracoli riconosciuti per la causa di canonizzazione di san Pio V.

Pio V aveva pregato intensamente di fronte a una immagine della Madonna che, secondo la tradizione, aveva dischiuso miracolosamente le labbra pronunciando le parole: “Vittoria, vittoria!”.
Miguel Cervantes, imbarcato su una galea spagnola, definì la battaglia come «la major jornada que vieron los siglos», la più grande giornata che videro i secoli. Il nome di Lepanto era entrato nella storia.

Trionfo della Chiesa “costantiniana”

Da secoli Roma non aveva visto una pompa trionfale come quella che accolse il comandante della flotta pontificia al suo ritorno il 4 dicembre di quell’anno. Il più insigne ornamento del corteo era lo stendardo dell’armata pontificia che veniva portato dal cavaliere Tommaso Romegas e che Marcantonio Colonna, per esaudire il suo voto, avrebbe poi donato al Duomo di Gaeta.
Quando il duca di Paliano passò sotto l’arco di Costantino, gli occhi di tutti si volsero verso la scritta: “IN HOC SIGNO VINCES”.
Questa scritta che evoca l’apparizione a Costantino dell’anno 312, alla vigilia della battaglia di Saxa Rubra, ci dà la chiave per comprendere il significato profondo dello stendardo di Lepanto, un vessillo che si ricollega, non solo simbolicamente, al labaro di Costantino.

Nell’anno 312, Cristo stesso era apparso in sogno al giovane imperatore che si apprestava ad affrontare il suo rivale Massenzio e gli aveva ordinato di imprimere sul labaro imperiale il monogramma cristiano. Quel giorno nel cielo, come racconta lo storico Eusebio di Cesarea, era apparsa una croce sfolgorante, con una grande scritta a tutti visibile, “IN HOC SIGNO VINCES”, che assicurava all’esercito di Costantino la vittoria se avesse combattuto sotto il segno della Croce.
Sotto questo segno, il 28 ottobre 312, a Saxa Rubra, Costantino combattè e vinse, inaugurando una nuova era della storia.

Simbolo della missione di ogni cristiano

Il labaro costantiniano di Saxa Rubra, contiene tutta la teologia politica cristiana che sarà formulata da Papa Gelasio, nella celebre distinzione tra i due poteri, la sacrata auctoritas e la regia potestas e verrà poi raffigurata nell’immagine del grande triclinio Lateranense, in cui si vede raffigurato Gesù che dà le chiavi a S. Pietro e lo stendardo a Costantino, e dal lato opposto S. Pietro che dà il pallio a Leone III e lo stendardo a Carlo Magno (…)
La Chiesa rivendica la sua autorità indiretta in tutte le questioni temporali che hanno attinenza con la fede e con la morale ed esprime questo suo diritto in un vessillo che, a partire dall’XI secolo fu definito il vexillum Sancti Petri, la bandiera della Chiesa, la cui forma variò, ma il cui colore fu sempre rosso e sul cui fondo sempre campeggiò l’immagine del Crocifisso o le chiavi di San Pietro (...)

Le radici dell’Europa affondano nel Vangelo e la Chiesa, che ha dato la civiltà all’Europa, ha sempre rivendicato il diritto e il dovere di difendere questa civiltà, di difendere le radici cristiane d’Europa dai suoi nemici, non impugnando mai direttamente le armi, ma facendo appello ai sovrani cattolici, come accadde a Lepanto nel 1571 e a Vienna nel 1683. Oggi la Cristianità è dissolta, sostituita da una società relativista e secolarizzata, ma Lepanto è il simbolo di un’attitudine dello spirito.

Benedetto XVI ha ricordato come il Cristianesimo non è una religione individuale e intimistica e che anzi la privatizzazione del Cristianesimo, la dissoluzione della sua dimensione pubblica e sociale, è all’origine della sua crisi.
Lo stendardo di Lepanto non è un documento di archivio, né una memoria del passato da relegare nell’album dei ricordi perduti. Lo ammiriamo, oggi, in un museo, ma è un messaggio che ci viene dal passato per ricordarci la missione di ogni cristiano, che è quella di testimoniare, anche col sangue, la propria fede.

Il Cristiano deve essere pronto ad affrontare sofferenze e persecuzioni e soprattutto non deve nascondere a sé stesso l’esistenza di nemici e dunque di una buona battaglia da combattere. La vita di ogni cristiano è lotta e in questa lotta sta la vera vittoria. Le parole “IN HOC SIGNO VINCES” restano un programma di vita e di azione sempre attuale.
Questo programma, questo messaggio è evocato da questo stendardo, che porta alla memoria le parole che un giorno scrisse Gabriele D’Annunzio: «O Gaeta, se in sant’Erasmo sei a pregar pei tuoi morti, riconosci il vessillo di Dio tra i tuoi trofei»


(RC n. 32 - Febb/Marzo 2008)