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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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L'America antiabortista si ritrova a Washington

Anche quest’anno si è svolta la March for Life di Washington in difesa della vita contro la legislazione abortista. Hanno marciato oltre 200.000 persone, in gran parte giovani, e non sono mancati gli italiani.

di Maddalena della Somaglia

Una fiumana immensa di gente, più di 200.000 persone, si snoda per oltre un chilometro, lungo la Constitution Avenue di Wahington, tra il National Mall e il Palazzo della Corte Costituzionale. Sono i partecipanti alla grande March for Life, che si svolge, da trentacinque anni, ogni 22 gennaio, anniversario della famigerata sentenza Roe v. Wade, con cui, nel 1973, la Suprema Corte americana legalizzò di fatto l’aborto negli Stati Uniti. Le vittime di questa sentenza sono state, fino ad oggi, 48 milioni. Un massacro che vede ogni giorno 3000 bambini soppressi negli Stati Uniti.
Nelly Gray, la fondatrice della Marcia per la Vita, ricorda che la Marcia si svolge volutamente in un giorno feriale, tra i “Palazzi del Potere” di Washington, per gridare a tutti i “colletti bianchi” dei tre rami del potere – il legislativo, l’esecutivo il giudiziario – che l’aborto costituisce un’inaccettabile infamia.

Un cambio di prospettiva

Nel 1973, sulla scia del femminismo e della Rivoluzione sessuale del ‘68, l’aborto era considerato una “conquista civile” irreversibile. Oggi i sentimenti antiabortisti si allargano sempre di più negli Stati Uniti.
Secondo un sondaggio Gallup-Newsweek del 2003, un giovane su tre, fra i 13 e i 17 anni, ritiene che l’aborto debba essere sempre considerato illegale, in ogni circostanza. Il 72% dei giovani lo ritiene “moralmente sbagliato”. Steve Chapman, sul Washington Times del 23 gennaio, riassume il cambiamento in questa formula: ieri si diceva «l’aborto può essere un male, ma è necessario»; oggi si dice «l’aborto può essere necessario, ma è un male».

“Nessun compromesso, nessuna eccezione”

Per un numero crescente di giovani però l’aborto è sempre e in ogni caso un male. «Nessun compromesso, nessuna eccezione» è stato lo slogan di battaglia della March for Life, condiviso da singoli, famiglie, gruppi, laici e religiosi, provenienti da ogni parte non solo degli Stati Uniti, ma del mondo. Tra i Paesi presenti, spiccavano la Francia, con l’eurodeputato Bernard Antony, e l’associazione “Droit de Naître” e l’Italia, con il gruppo di “Voglio Vivere” e una delegazione della Fondazione Lepanto, guidata dal prof. Roberto de Mattei, direttore della nostra rivista.
La March for Life è stata preceduta da tre giorni di iniziative in difesa della vita: riunioni, scambi di esperienze tra i diversi gruppi e numerosi eventi religiosi, tra cui una grande Messa celebrata nel Santuario dell’Immacolata Concezione dal cardinale Justin Rigali di Philadelphia.
Sia il Papa Benedetto XVI che il Presidente americano Georges W. Bush hanno inviato messaggi alla manifestazione.

Un messaggio forte, un esempio forte

Il messaggio forte che la March for Life trasmette è che non c’è assuefazione possibile all’omicidio dell’innocente. L’aborto è una ferita sociale che non si rimargina e non può essere in alcun modo considerato come una “scelta”, né come un problema privato di coscienza, che riguarda solo la madre e il medico. Le conseguenze sociali di questo crimine sono immense ed esigono una reazione pubblica.
 Vi è una profonda analogia tra chi, il 20 gennaio, ha manifestato, in Piazza San Pietro a Roma, la propria solidarietà a Benedetto XVI, a cui il laicismo pretenderebbe togliere la parola, e coloro che il 22 gennaio, nel cuore di Washington, hanno voluto esprimere tutta la loro protesta contro l’aborto. In entrambi i casi, gente di diversa estrazione culturale e sociale, ma soprattutto giovani, rifiutando di essere isolati ed emarginati, sono scesi in piazza per difendere la libertà e l’ordine morale, naturale e cristiano.
La Marcia per la Vita americana costituisce un esempio forte per tanti tiepidi antiabortisti italiani.


(RC n. 32 - Febb/Marzo 2008)