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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Il Crocifisso, vessillo di speranza nella distruzione morale e civile

Vi è un’immagine del terribile terremoto di Haiti che colpisce per la sua carica simbolica : su uno sfondo di macerie si staglia un grande Crocifisso, miracolosamente indenne dal disastro. Il contrasto è impressionante. Le macerie sono quelle di edifici all’interno dei quali fino a ieri ferveva la vita e che ora, nel groviglio delle pietre e dei corpi, sono un’icona di morte.

di Roberto de Mattei
Vi è un’immagine del terribile terremoto di Haiti che colpisce per la sua carica simbolica : su uno sfondo di macerie si staglia un grande Crocifisso, miracolosamente indenne dal disastro. Il contrasto è impressionante. Le macerie sono quelle di edifici all’interno dei quali fino a ieri ferveva la vita e che ora, nel groviglio delle pietre e dei corpi, sono un’icona di morte. Il Crocifisso, che è in sé un’immagine di sofferenza e di morte, è un simbolo di vita, quella vita che la morte dell’Uomo-Dio immolato sul Calvario ha portato all’umanità. E questo Crocifisso che svetta sulle rovine appare come il simbolo della sua vittoria su di un mondo che ha preteso di fare a meno di Lui e che si è votato all’autodistruzione.

Le macerie di Haiti potrebbero essere quelle di qualsiasi altra città del mondo, perché la distruzione tutto uguaglia nella sua tragica spirale. Ma anche il Crocifisso non appartiene a un Paese o a un’epoca storica : è un simbolo universale di vita e di ricostruzione, così come le rovine possono essere l’immagine della distruzione e della morte di una città, ma anche di un popolo e di una civiltà. Il contrasto esprime simbolicamente la vittoria dello spirito sulla materia, dell’anima sul corpo. L’uomo è fatto anche di materia, ma accanto al corpo materiale ha un’anima spirituale, che è il principio vitale che permette al suo corpo materiale di esistere. Ma oggi l’anima è dimenticata, o apertamente negata. La vita materiale è la sola cosa che conta, e la morte del corpo appare come  l’unica tragedia possibile.  Il mondo moderno, che è immerso nell’edonismo e ha perso la fede, giudica come mali assoluti, solo quelli fisici. Tra tutti i mali fisici, il peggiore è la morte, perché essa è la fine di ogni speranza di sopravvivenza materiale. Ma si dimentica che esistono, accanto ai mali fisici, mali morali e tra questi il male supremo è il peccato, perché il peccato, che è la violazione deliberata della volontà di Dio, separandoci irrimediabilmente da Lui, provoca la morte dell’anima, che una volta caduta nel peccato mortale non è più in grado da sola di ritrovare la vita. Solo la grazia di Dio può risollevare l’uomo dal peccato, ma nessun uomo ha la certezza di ottenere da Dio una nuova grazia, dopo quella che egli ha deliberatamente rifiutato scegliendo il peccato. La morte, d’altronde, è entrata nel mondo con il peccato, come ci ricorda san Paolo: “Per un uomo entrò nel mondo il peccato e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché in lui tutti hanno peccato” (Rom. 5, 12). Tutto il disordine e tutti i mali del mondo, tutti i pianti e le lacrime che sgorgano dal cuore degli uomini,  hanno la loro sorgente nel peccato originale trasmesso da Adamo all’umanità.

I mali possono essere fisici e spirituali, ma anche individuali e collettivi. Mali fisici collettivi sono le sciagure come i terremoti e le catastrofi naturali. Mali spirituali collettivi sono quelli commessi dalle nazioni che deliberatamente rifiutano la legge naturale e divina, soprattutto i peccati delle nazioni cristiane che rifiutano la grazia divina dopo averla ricevuta. Questi mali sono veri e propri terremoti spirituali. Il processo rivoluzionario che ha investito l’Occidente negli ultimi secoli può essere paragonato a un terremoto prolungato nel tempo e sempre più dilatato nello spazio che ha trasformato il peccato individuale in peccato sociale o, secondo un’espressione di Giovanni Paolo II, in “strutture di peccato” (Udienza generale del 25 agosto 1999).

Il peccato della società, nel suo complesso è più grave dei peccati dei singoli uomini che la compongono, per lo stesso motivo per cui il bene comune dei cittadini è più alto dei loro singoli beni. Esiste in questo senso un « male comune », analogo e opposto al bene comune della società. Una nazione che legalizza l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale, ovvero che ispira le sue leggi non al bene comune, ma alla sua negazione, realizza un « male comune » che, come ogni male, è in sé distruttivo della società stessa. E’ un male spirituale collettivo che può essere definito Rivoluzione, perché ogni rivoluzione è il sovvertimento di un ordine; ma l’ordine che in questo caso gli uomini sovvertono deliberatamente non è un semplice ordine fattuale: è un ordine morale e metafisico e in questo senso esprime in sé stesso, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo pone in essere, un profondo odio a Dio.

Il terremoto storico che ha progressivamente espulso Dio dalla vita sociale dell’Occidente non è stato un evento naturale, come un terremoto fisico, ma una catastrofe spirituale deliberatamente voluta e organizzata dai nemici di Dio e della Chiesa che hanno promosso e guidano questa Rivoluzione. Un nemico, diceva Pio XII, che si trova dappertutto e in mezzo a tutto, e che sa essere violento o subdolo a seconda delle occasioni  (Discorso Nel contemplare, agli uomini di Azione Cattolica del 12 ottobre 1952) : talvolta uccide i corpi, più spesso corrompe le anime e la corruzione delle anime è più micidiale della distruzione dei corpi. Un nemico  il cui piano è quello di sradicare definitivamente la Croce dalle anime, scristianizzando la società.

 Il Crocifisso però è in piedi tra le rovine e si erge davanti ai nostri occhi per indicarci l’unica risposta possibile. Essere cristiani significa essere fatti a immagine del Crocifisso e la Croce è il vessillo trionfante dell’umanità redenta, l’albero della redenzione dell’umanità che vince la morte. Essa è un simbolo di sofferenze, di umiliazione, di dolore, ma anche di lotta, di vittoria, di gloria. « Quanto a me – afferma ancora san Paolo – non sia mai che io mi glori se non nella Croce del Signor Nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo è crocifisso per me ed io per il mondo » (Gal. 6, 14).

Scarso è il numero di coloro che amano la Croce di Gesù, dice l’Imitazione di Cristo (Libro II, cap. XI). Per molti, questa è una parola dura : « rinnega te stesso, prendi la tua croce e segui Gesù » (Mt. 16, 24 ; Lc. 9, 23). Eppure non c’è difesa dal nemico, né vittoria possibile, al di fuori della Croce.  La battaglia in difesa delle radici cristiane della società, a cui ha chiamato Giovanni Paolo II e oggi invita Benedetto XVI, è una battaglia in difesa della nostra memoria storica, senza la quale non c’è identità nel presente, perché è sulla memoria che si fonda l’identità degli uomini e dei popoli. Ma le radici cristiane non appartengono solo alla memoria o alla storia: esse sono viventi perché il Crocifisso, che le riassume, non è solo un simbolo storico e culturale, è una fonte attuale e perenne di verità e di vita; non è un pezzo di legno, ma è Gesù Cristo stesso, Uomo-Dio, che si è incarnato per redimere i nostri peccati e assicurarci la vita eterna.  E la vita eterna è la sola speranza di cui può vivere un uomo o una società. Se togliamo ad un uomo o ad un popolo la speranza della vita eterna, gli togliamo tutto, condannandolo all’autodistruzione. La battaglia in difesa della vita non è solo la battaglia contro l’aborto, ma è anche la battaglia per il Crocifisso. E la battaglia decisiva della nostra epoca, di cui la Croce che si leva sulle macerie di Haiti è tragico ma eloquente simbolo.
(RC n. 52 - Febb/Marzo 2010)