Saul David Alinsky nacque in Chicago nel 1909. Di temperamento ribelle, collaborò col Partito Comunista per molti anni, raccogliendo perfino fondi per le Brigate Internazionali durante la Guerra Civile Spagnola. Col tempo, però, egli si rese conto che la rivoluzione comunista negli Stati Uniti non aveva la benché minima chance di successo.
Iniziò allora a teorizzare una “rivoluzione populista” di forte sapore gramsciano. Alinsky divideva gli americani tra haves e have-nots, vale a dire tra proprietari e nullatenenti. Secondo lui, gli haves possiedono non solo la proprietà dei mezzi di produzione, ma anche la “proprietà” delle istituzioni di potere, nonché la “proprietà” della cultura dominante. Gli have-nots sono perciò totalmente tagliati fuori, e non se ne rendono nemmeno conto giacché ragionano secondo schemi intellettuali e culturali modellati dai proprietari, e tesi a mantenerli in questa sorta di beata ignoranza.
Una rivoluzione populista
Il copione di Alinsky era lineare. In un primo momento, agitatori ben addestrati dovevano aizzare conflitti nei quartieri poveri. “Bisogna cozzare fino al sangue tutti i conflitti latenti, facendo arrabbiare il popolo”, ripeteva Alinsky. Il secondo passo sarebbe stato inquadrare gli “arrabbiati” in battagliere peoples’ organizations. Queste organizzazioni di quartiere avrebbero dovuto provocare successivi scontri politici con le istituzioni, tesi ad impossessarsi di porzioni sempre più rilevanti del potere, che sarebbe quindi passato nelle loro mani. In questo modo, avrebbero messo in pratica la democrazia diretta e l’autogestione comunitaria. La massa critica di tutte le piccole rivoluzioni locali avrebbe portato a una rivoluzione nazionale. Le idee di Alinsky sono contenute, fondamentalmente, in due libri: Reveille for Radicals (1946) e Rules for Radicals (1971), quest’ultimo dedicato a “Satana, il primo rivoluzionario della storia”.
Esiste anche una lunga intervista su Playboy (aprile 1972), nella quale egli sviluppa il suo pensiero. Per attuare la sua rivoluzione, Alinsky stabilí nel 1940 la Industrial Areas Foundation (IAF), dove vengono addestrati gli agitatori, chiamati eufemisticamente community organizers. Per far “arrabbiare” il popolo, e quindi gettarlo nella mischia, Alinsky utilizzava metodi di coscientizzazione molto simili a quelli sviluppati dal pedagogo comunista brasiliano Paulo Freire e largamente utilizzati dalle “comunità ecclesiali di base” ispirate dalla teologia della liberazione. Questa affinità, sia nel fine che nei metodi, fra le peoples’ organizations e le comunità ecclesiali di base, portò Alinsky a comprendere l’importanza di una alleanza strategica con la sinistra religiosa, fino ad oggi la spina dorsale della sua rete sovversiva. Alinsky morì in modo fulmineo nel 1972.
La giovane attivista e il vecchio rivoluzionario
Hillary D. Rodham nacque in una famiglia assai conservatrice, sostenitori di Barry Goldwater. Entrata nella politica universitaria, era arrivata a presidente dei Giovani Repubblicani nel Wellesley College, una scuola privata per ragazze benpensanti. Poi venne il ‘68 e lo scivolone a sinistra fino a diventare una infuocata attivista. Lei stessa spiega che “il ‘68 fu un vero spartiacque nella mia evoluzione personale e politica”. Volendo maturare il suo impegno politico, andò a Chicago per incontrare Saul Alinsky.
Il vecchio rivoluzionario rimasse talmente colpito dalla giovane attivista da rivolgergli addirittura un’offerta di lavoro come community organizer. Pur condividendo l’obiettivo, Hillary la respinse giacché intendeva proseguire la carriera di Giurisprudenza. Inoltre, riteneva che il sistema si potesse cambiare dall’interno, evitando la lotta di classi prospettata da Alinsky. Affascinata comunque dal personaggio, Hillary gli dedicò la sua tesi di laurea, intitolata “Un’analisi del modello Alinsky”.
A questo scopo fece ben tre viaggi a Chicago per incontrare personalmente il leader populista, invitandolo poi a parlare a Wellesley. Pur criticandone alcuni aspetti, Hillary assimilò come propria la struttura portante del pensiero di Alisnky riguardo alla soluzione dei problemi sociali: una “democrazia dal basso”. Negli anni successivi, Hillary collaborò diverse volte con la IAF. In due occasioni fece addirittura da testimonial per la Washington Interfaith Network, affiliata alla IAF.
Nel 1993 Hillary dichiarò al Washington Post: “Io penso che, fondamentalmente, Alinsky aveva ragione” nel suo approccio ai problemi sociali negli Stati Uniti. Per non imbarazzare il marito, che nel frattempo scalava i gradini della politica, Hillary dovette dissimulare sempre di più le sue radice sinistrorse. Conquistata la Casa Bianca, i Clinton addirittura imposero a Wellesley College di sigillare la tesi di laurea della First Lady. Un veto durato fino al 2001. A tutt’oggi esiste un solo esemplare, consultabile presso la biblioteca di Wellesley in condizioni molto restrittive. Non si può portare una penna, non si possono fare più di due fotocopie e via di seguito.
Il “maestro dell’agitazione”
Nel 1985, la Industrial Areas Foundation fece un’offerta di lavoro a Barack Hussein Obama, allora ventitreenne studente alla Columbia University. Si trattava di arruolarlo per organizzare i neri del South Side. A differenza di Hillary diciassette anni prima, Obama accettò con entusiasmo, anche perché stava cercando disperatamente un lavoro. Barack Obama seguì il corso di addestramento come community organizer, passando poi a lavorare per il Developing Communities Project, collegato al Calumet Community Religious Conference, tutte e due parte della ragnatela IAF. Il suo istruttore Mike Kruglik, lo riteneva “un maestro dell’agitazione”.
Lo stesso Obama guarda indietro con riconoscenza: “Gli anni come community organizer mi diedero la miglior educazione della mia vita”. Alla stregua di Hillary, anche lui scelse di entrare in politica per cambiare il sistema dall’interno. Andò ad Harvard per studiare Giurisprudenza , tornando poi alla sua città come professore di Diritto Costituzionale.
Candidato nel 1995 al Senato di Illinois, venne eletto con ampio appoggio popolare. I commentatori concordano che la sua formazione come community organizer è la chiave del suo successo. Nei dibattiti pubblici con Hillary, secondo Kyle-Anne Shriver, «non sorprende che il jujitsu dialettico di Obama, tutto imparato da Alinsky, riesca a polverizzare una donna che, dopo aver meramente intervistato Alinsky, passò il resto della sua vita lavorando per grandi aziende in palazzi di lusso». Può sorprendere che la sinistra populista lo guardi con tanta speranza?
Teologia della liberazione negra
Figlio di padre keniano e madre americana, Barack Hussein Obama avrebbe potuto abbracciare la religione del suo genitore, cioè l’islam. Ma in pratica ricevette una scarsa educazione religiosa, diventando ateo già in tenera età. Più tardi, il suo lavoro come community organizer lo mise a contatto con la realtà del progressismo religioso, e finì per convertirsi al cristianesimo. Non un qualsiasi cristianesimo, però, ma quello “negro”, predicato dal Rev.
Jeremiah Wright, che Obama dichiara “il mio mentore spirituale”. Non si devono mai giudicare le intenzioni del cuore, ma credo sia lecito domandarsi se uno dei moventi della sua conversione non sia stata l’intuizione del potenziale rivoluzionario di questo “cristianesimo negro”. “Io ho capito il potenziale della tradizione religiosa afro-americana per provocare cambiamenti sociali – afferma Obama – ho capito che l’impegno religioso non mi distoglie dal pensiero critico né dalla battaglia per la giustizia economica e sociale”.
Jeremiah Wright è pastore della Trinity United Church of Christ, una Chiesa nazionalista composta esclusivamente di gente di colore. Egli è una figura di spicco nella cosiddetta “Teologia della liberazione negra”, inizialmente teorizzata da James Cone. Mentre la teologia della liberazione latino-americana studia le situazioni di “povertà” e propone quindi una “liberazione” socio-politica che poi coincide con la rivoluzione comunista, la teologia della liberazione negra considera le situazione di sfruttamento razzista, proponendo quindi una “liberazione” contro la “supremazia bianca”.
Nei suoi risvolti socio-politici, anche questa teologia piega fortemente a sinistra. L’ideatore James Cone si dichiara apertamente marxista. Così come i teologi della liberazione latino-americani sostengono che soltanto i “poveri” possono comprendere il Vangelo (il cosiddetto “privilegio ermeneutico dei poveri”), i teologi negri affermano che il messaggio di Dio si può cogliere soltanto dall’interno dell’“esperienza di oppressione” dei negri: “La mia teologia – spiega Wright – parte dal punto di vista privilegiato della teologia della liberazione negra”.
Un altro punto di preoccupazione riguarda la stretta amicizia che unisce Jeremiah Wright a Louis Farrakhan, l’infuocato leader della Nation of Islam, auto-definitasi “una setta islamica militante”, che mescola l’islamismo con alcuni elementi di messianismo cristiano, il tutto condito dall’ideologia radicale negra. Ritenendo che tutti gli schiavi neri venuti in America erano originariamente musulmani, la Nation of Islam propone la riconversione all’islam di tutti i neri e la formazione di una nazione indipendente. Nel 1984, Jeremiah Wright accompagnò Farrakhan in Libia per incontrare Muammar Gheddafi, un loro punto di riferimento. Inizialmente, Barack Obama aveva scelto il suo mentore spirituale per introdurre il discorso inaugurale della campagna presidenziale. Alla fine, però, gli assessori lo convinsero che l’intervento di Wright sarebbe stato controproducente. Visto che anche il probabile candidato repubblicano, John McCain, è ritenuto troppo liberal da alcuni conservatori, non mancano commentatori che ritengono l’attuale contesa elettorale americana una scelta del male minore.